AEREO PRECIPITA NELL’ADIGE A VERONA IL PILOTA PARAPLEGICO ANCHE SE FERITO SALVA IL PASSEGGERO

Una storia fortunatamente finita bene, doverosa però un’osservazione ai mezzi d’informazione

Una notizia questa che ha fatto rumore non solo a Verona, ma anche su molti quotidiani nazionali. Non succede frequentemente infatti che una persona disabile salvi la vita ad un cosiddetto “normodotato”,  di solito succede il contrario.

Paolo Pocobelli, anni 48,  è un  istruttore pilota e lavora presso l’aeroporto di Boscomantico a Verona, in una scuola di pilotaggio per aerei ultraleggeri. Una brutta caduta col paracadute quando aveva 25 anni lo ha reso paraplegico, ma lui non ha mai perso la voglia di volare. E’ un fondatore dell’associazione “Baroni Rotti” che promuove, tra le persone con disabilità, la passione per il volo aereo. La sua disabilità  non gli ha impedito di ottenere le qualifiche di  pilota commerciale e di istruttore, proprio all’aeroclub di Boscomantico. Nelle sue condizioni, nel nostro Paese, c’è riuscito solo lui. Succede che il 17 dello scorso maggio, mentre Paolo sta volando su un Cessna Centurion, in compagnia di un suo amico bresciano al quale sta insegnando a pilotare improvvisamente, a causa di un’avaria,  il motore si ferma, l’aereo perde quota. A questo punto non c’è il tempo per avere paura, occorre decidere in fretta in che modo portare a casa la pelle. Fortuna vuole che stia passando sopra il fiume Adige, presso Pescantina. Rapidamente Paolo decide di tentare un atterraggio in acqua, cosa comunque difficilissima. Cerca di planare di pancia, per avere probabilità maggiori. La manovra riesce anche se l’impatto è molto forte, l’acqua è alta in quel punto e l’aereo affonda trascinando con sé il pilota ed il passeggero. In qualche modo i due riescono ad uscire cercando di nuotare verso riva.  Alla scena hanno assistito diverse persone: «Mia sorella è stata la prima ad accorgersi che qualcosa non andava quando ha sentito passare l’aereo che faceva uno strano rumore— è quanto testimonia Claudio Ferraro, un agricoltore della zona che abita a pochi metri dal luogo dell’incidente — Poco dopo, abbiamo sentito un tonfo e sono accorso a vedere. Quando sono arrivato, ho visto l’aereo in acqua e due persone che cercavano di arrivare alla riva, una a fatica»

In qualche modo entrambi i piloti riescono guadagnare terra, e poco dopo su un’autoambulanza arrivano in ospedale. L’allievo di Pocobelli, se la cava senza nessuna ferita, lui invece ha due fratture al femore ed una al polso: ma per i medici non dovrebbe avere gravi conseguenze. Il barone rotto sicuramente tornerà presto a volare. Solo il tempo di far saldare le ossa e sarà di nuovo seduto in cabina di comando. «Quando volo sono veramente felice, non potrei vivere senza», dice subito respingendo ogni possibile «se» e «ma». Inutile pensare che la «grande paura» possa avergli fatto cambiare idea, meno ancora ci riusciranno le suppliche della moglie.

I suoi due bambini sono troppo piccoli per chiedergli di chiudere con gli aerei, non sanno che hanno rischiato di perdere il papà, lo aspettano a casa a Milano. Una storia questa dal lieto fine, conclusa nel migliore dei modi; l’amico paraplegico è stato bravissimo, ha saputo mantenere la calma in un momento quando un’indecisione, il più piccolo errore sarebbe stato fatale. Una storia ancora più sorprendente per il fatto che riguarda una persona con disabilità, particolare che ha catturato subito l’attenzione del mondo dell’informazione, sempre a caccia di notizie singolari che possano suscitare l’interesse dei lettori.

A questo punto mi sorge spontanea una considerazione: è mai possibile che i mezzi d’informazione parlino quasi sempre delle persone con disabilità solo quando qualcuno tra queste compie cose o gesta straordinarie? Il “disabile normale” ormai sta diventando il grande assente in televisione e sui giornali. Non è forse straordinario vedere una mamma paraplegica che si occupa dal suo bambino dopo averlo messo al mondo, o la persona che dopo un incidente che lo ha reso per sempre incapace di camminare, riesce dopo mesi di duro lavoro a riappropriarsi del proprio corpo e della propria vita?

Purtroppo questo atteggiamento del mondo dei media, rappresentativo a dire il vero del modo di pensare della gente, è frutto purtroppo di “barriere mentali” che ancora sottolineano la differenza tra una persona disabile ed una che non lo è. Un tempo addirittura non trovavano spazio, perlomeno in televisione, le persone NON normodotate.    Se avessimo la possibilità di andare a rivedere un qualunque programma dedicato a tematiche sociali degli Anni Ottanta, difficilmente vedremmo in video cittadini con disabilità che si raccontano in prima persona. Piuttosto ci sarebbero sociologi, psicologi ed esperti delle più varie scienze a spiegare cosa significhi essere disabili. Ricordo benissimo che in quegli anni negli studi televisivi erano un’eccezione le inquadrature in primo piano della carrozzina, la persona con disabilità si riprendeva quasi esclusivamente dal busto in su. Questo è successo anche al  sottoscritto: quando partecipai ad una trasmissione con un grandissimo indice di ascolto per parlare di sport e disabilità, in studio non  vollero che rimanessi seduto sulla mia carrozzina, ma garbatamente mi costrinsero a sedere su una poltroncina come tutti gli altri ospiti. E oggi? Molti passi avanti sono stati compiuti. Solo una ventina d’anni fa sarebbe stato impensabile, ad esempio, veder riportate con tutti i particolari le imprese degli atleti paralimpici in TV, mentre al giorno d’oggi se ne parla eccome, magari non spessissimo, ma con grande libertà. Certo, uno strisciante pietismo affiora ancora tra la gente e di conseguenza tra i mezzi di informazioni che tendono a rimarcare solo la straordinarietà. Ma guarda che bravi che sono questi  “handicappati” che girano il mondo in barca a vela, che ottengono tempi eccezionali con le  loro handbike,  che pilotano addirittura un aereo… Sembra che faccia paura descrivere la quotidianità di queste persone, si tema il confronto con il diverso. Quasi ci fosse bisogno di esorcizzare la diversità. L’handicap è ancora sentito come l’eccezione che riguarda una minoranza della popolazione; nessuno, insomma, pare riflettere sul fatto che ogni persona, anche la più atletica, può ritrovarsi disabile per un breve periodo a causa di una banale caduta e che in ogni caso, con il progressivo innalzamento dell’aspettativa di vita, tutti, prima o poi, dovranno fare i conti con qualche problema di movimento. Certo, il  “disabile normale”, che  ancora oggi pare essere soggetto misconosciuto, 20 o 30 anni fa non lo si considerava tale neppure quando compiva imprese fuori dal comune. Che il “disabile”, per essere considerato “normale”, debba sempre mostrare doti eccezionali…?

Chissà, forse in futuro riusciremo a vincere questa battaglia verso la vera inclusione sociale e a far capire che la disabilità non è un mondo a parte, ma una parte del mondo.

  GS