COME SUGLI ALBERI LE FOGLIE

A cura di Valeria Sani

Lasciatevi travolgere fin dalla copertina. Essenziale. Elegantissima. Mica per nulla insegna all’Accademia di Architettura di Mendrisio, l’architetto Gianni Biondillo. Che abbandonando per un attimo il poliziotto da lui creato nei suoi precedenti romanzi, l’ispettore Ferraro, ci introduce con questo nuovo libro nell’affascinante mondo della storia e dell’arte, a lui evidentemente consono per frequentazione e scelta di vita. Biondillo richiama nel titolo, “Come sugli alberi le foglie”, uno dei versi più famosi della nostra letteratura, nato giusto in quell’epoca.

Giuseppe Ungaretti lo scrisse nel 1918 per raccontare la precaria effimera condizione dei combattenti in guerra, regalando a questa sua illuminante sintesi dal titolo “Soldati“ valore eterno, nitidissima fotografia della condizione dell’intera umanità nel quotidiano vivere: <<Si sta -come di autunno- sugli alberi le foglie>>. Pochi anni prima, nel 1909, alcuni artisti italiani avevano dato vita al Futurismo, movimento il cui nome era stato preso pari pari dal Manifesto Futurista, che avrebbe cambiato radicalmente il modo di vedere, sentire, vivere l’arte, e non solo in Italia. Pubblicato inizialmente in vari giornali nazionali, tra i quali anche L’Arena di Verona, e poi sul quotidiano francese Le Figarò,  il 20 febbraio 1909, in esso vennero esposti i principi-base del movimento dal suo ideatore – fondatore, Filippo Tommaso Marinetti. Il protagonista del libro è Antonio Sant’Elia, giovane ed eclettico architetto, che quello stesso anno, in novembre, si iscrive al Corso di Architettura Superiore presso l’Accademia di Belle Arti di Brera, dove già studiano molti artisti di grande futura fama, Umberto Boccioni, Carlo Carrà, Luigi Russolo, Gerolamo Fontana, Leonardo Dudreville, Achille Funi, Mario Chiattone, Carlo Erba, Giovanni Possamai.

Tutti insoddisfatti delle ideologie del secolo passato -reputate vecchie, bollate come ‘passatismo’- e stanchi pure del Verismo e del Simbolismo fino ad allora in voga. Insieme questi studenti di belle speranze si immedesimarono nelle idee avanguardiste di Marinetti, il più anziano di loro. Il Futurismo era idealmente il “bruciare i musei, le biblioteche”, rappresentazione del passato da cancellare, e immaginare il futuro in funzione di velocità e di tempo impiegati per produrre o arrivare ad una destinazione, o di nuovi spazi che potevano essere percorsi, di nuove possibilità di comunicazione. Tutto facile, nelle serate artistiche rumorose e movimentate che infiammano Brera, e che scandalizzano la cittadinanza e i benpensanti di Milano.

La società sta precipitando verso la guerra, e l’interventismo che anima i giovani del Movimento è la rappresentazione più spavalda del loro credere, quello che idealizza la guerra descrivendola come la vera ”igiene del mondo”, e l’evoluzione naturale del loro percorso è l’arruolamento, in massa. Partono tutti, per il fronte. Sant’Elia entra nel Battaglione Lombardo Volontari Ciclisti, comandato dal capitano Monticelli, e dopo un breve addestramento a Gallarate, viene assegnato alla III^ Compagnia, VIII° Plotone, con Boccioni, Bucci, Buggelli, Erba, Funi, Sironi, Piatti e Marinetti. Dopo l’estate sono trasferiti a Peschiera, nella Polveriera Ronchi, poi i Volontari Ciclisti vengono accorpati agli Alpini, partecipando ad un duro programma di addestramento e alla fine prendono parte alla conquista di Dosso Casina, occupata dagli Austriaci.

Nel novembre 1915 il Battaglione viene sciolto, a dicembre Sant’Elia e i suoi compagni ottengono un periodo di licenza: finito il quale, si dipaneranno una ad una le loro vite, molti di loro verranno feriti e alcuni troveranno la morte. Pochi sopravviveranno, e ciò renderà la morte degli altri in qualche modo più preziosa, dandole aura di eroismo perchè eroicamente pensata, e di conseguenza affrontata. Nel fango appiccicoso delle trincee. Nella neve insanguinata delle montagne devastate dalle artiglierie. Nelle brande sporche e stracciate degli sparuti ospedali da campo.

Di Antonio Sant’Elia rimangono poche opere, disegni soprattutto, e progetti meravigliosi, espressione di un talento speciale che ha comunque influenzato tutta una generazione di architetti. Non realizzerà nessuna delle sue idee più belle. Chissà, forse troppo innovative per l’epoca in cui lui è vissuto Eppure sarà ricordato come uno dei più geniali architetti italiani del primo novecento. Biondillo ha presentato il suo libro esattamente nel giorno del centenario della sua morte, avvenuta sul Carso, in battaglia, il 10 ottobre del 1916.

Nel contesto di quell’epopea bellica, all’interno dello scenario fino ad adesso descritto, l’Autore, seguendo il filo di diari e testimonianze, svolge il suo appassionante romanzo, descrive sogni e speranze di quella generazione di giovani italiani, intellettuali, colti ed entusiasti, che, in cerca della bella morte, è rimasta in fine orfana di se stessa.

Gianni Biondillo “Come sugli alberi le foglie” Ottobre 2016 editore Guanda