CONCLUSE LE PARALIMPIADI… E ADESSO??

di Giuseppe Stefanoni

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Il 18 settembre si è conclusa la XV edizione delle Paralimpiadi a Rio de Janeiro. Due settimane di gare, spesso entusiasmanti, che hanno visto gli atleti italiani primeggiare in molte specialità e, dove non sono riusciti a vincere medaglie, si sono impegnati a fondo dando tutto di sé, facendo inorgoglire l’intera Italia, soprattutto noi addetti ai lavori.Mai come in questa edizione le gare sono state viste e seguite da televisioni e giornali. La RAI addirittura ha dedicato un canale esclusivamente alle Paralimpiadi. Mai successo! Questo significa che il mondo dello sport per persone disabili è cresciuto molto, riuscendo anche a dare spettacolo. Al contrario di un tempo, quando suscitava solo curiosità, se non pietismo.

Ricordiamo che la prima edizione delle Paralimpiadi si tenne a Roma nel 1960, dove in quell’anno si giocarono anche le altre Olimpiadi. Quella volta erano presenti solo atleti in carrozzina. Da allora lo sport per persone disabili è davvero cambiato, si è aperto anche ad altre disabilità, non solo alla paraplegia. Nacque una Federazione ad hoc all’interno del Coni, dapprima denominata FISH (Federazione Italiana Sport Handicappati), che anni dopo cambiò nome in FISD (Federazione Italiana Sport Disabili) ed infine in CIP (Comitato Italiano Paralimpico). Sorsero moltissime nuove associazioni sportive, tante persone disabili si avvicinarono allo sport convinti anche della sua grande valenza terapeutica.

Occorre riconoscere che lo sport ha incrementato la crescita culturale della società nei confronti delle persone con disabilità, favorendo il processo di inserimento ed inclusione sociale. Questo, assieme al miglioramento dei protocolli riabilitativi che hanno interessato le varie tipologie di disabilità, ha dato a queste persone una maggior consapevolezza dei propri diritti e ruoli nella società.Fa bene il Presidente del CIP Luca Pancalli a ricordarlo sempre quando viene intervistato. Un doveroso grazie quindi al mondo dello sport paralimpico, atleti e dirigenti che, tutti assieme, hanno contribuito a questo progresso.

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Ma ora, mi chiedo, dopo tutto questo entusiasmo per le loro imprese sportive, dopo le interviste alle televisioni, dopo i ricevimenti al Quirinale, dopo, insomma, che i riflettori mediatici sono stati spenti e che gli atleti sono tornati a casa, nella loro quotidianità, che cosa trovano? Trovano purtroppo i soliti problemi, i soliti ostacoli che impediscono o limitano la loro mobilità. Purtroppo le TV e i giornali quasi sempre danno notizie solo se queste suscitano sensazione. Un atleta privo di gambe che fa cose mirabolanti su una bicicletta, un non vedente che corre velocissimo i cento metri. Non fanno storia però la fatiche quotidiane di una mamma che, malgrado si muova in carrozzina, riesce a gestire la propria casa e la propria famiglia, o un paraplegico costretto a fare acrobazie per muoversi nella propria città. La “normalità”, anche se eroica, non è notizia. Le TV si accorgono del mondo della disabilità solo quando si dimostra più bravo delle normali aspettative, generalmente basse. Quando nel suo ambito realizza una cosa straordinaria. “Ma che bravi che sono questi handicappati”, dicevano un tempo quando la gente vedeva uno in carrozzina impegnato in una gara su una pista di atletica…“guarda com’è veloce!!”. Questo modo di vedere lo sport per disabili è ormai superato, e si tende ad apprezzare gli atleti solo per i risultati sportivi che ottengono.

Mi vengono in mente comunque le frasi del noto comico Paolo Villaggio che, nel 2012, quando erano in corso le Paralimpiadi di Londra, si espresse in questo modo: “Le Paralimpiadi di Londra fanno molta tristezza, non sono entusiasmanti, sono la rappresentazione di alcune disgrazie e non si dovrebbero fare perché sembra una specie di riconoscenza o di esaltazione della disgrazia. La mia non è crudeltà – puntualizzava Villaggio- ma è crudele esaltare una finta pietà. Questo è ipocrita. Sembrano Olimpiadi organizzate da De Amicis con dei ‘personaggini’. Non fa ridere una partita di pallacanestro di gente seduta in sedia a rotelle -aggiungeva- Io non le guardo, fa tristezza vedere gente che si trascina sulla sedia con arti artificiali. Mi sembra un po’ fastidioso, non è divertente. Ce n’é una, cieca, che fa i 200 metri in pista. Dicevano che si allena con due persone a fianco che le dicono dove andare. Tanto vale allora correre con il bastone”. Un modo di pensare a dir poco disgustoso, che provocò una sollevazione da parte di tutto il mondo della disabilità, che si scatenò sui social. Dunque, non siamo ancora fuori del tutto dal pietismo, dagli stereotipi.

Sono passati 4 anni da allora, sicuramente è la situazione è migliorata, ma le persone con disabilità sono ancora lontane da una reale e piena inclusione sociale. Ciò a causa di molti ostacoli architettonici, culturali, mentali la gran parte, purtroppo ancora presenti nella nostra società, che lo impediscono. Strutture pubbliche, esercizi commerciali, perfino studi medici e strutture sanitarie inaccessibili, pregiudizi, atteggiamenti negativi, stupidità e ignoranza ancora presenti nella nostra società. Giorni fa un’atleta reduce da Rio affermava “Purtroppo ora che sono tornata trovo le solite cose che limitano la mia mobilità, macchine che occupano abusivamente i posti riservati, o che impunemente parcheggiano sui marciapiedi assieme a moto, biciclette e quant’altro, trovo i soliti mezzi pubblici inaccessibili ecc. Insomma mi è impossibile muovermi liberamente nella mia città”.

Non bisogna poi dimenticare le persone con disabilità grave o gravissima che purtroppo vivono ancora relegate negli istituti o che sopravvivono in casa, prive, o insufficientemente servite di assistenza domiciliare; ragazzi cui viene impedito di andare a scuola perché manca l’insegnante di sostegno. Cose tragiche queste, che testimoniano quanto ancora c’è da fare in questo settore. Credo però che non ci si debba scoraggiare e dire “tanto non serve a niente”. Bisogna continuare a darsi da fare, a lottare per il rispetto dei nostri diritti. Occorre credere nell’associazionismo che tanto ha fatto in questi 50 anni, ma che ha ancora senso di esistere, malgrado i progressi avvenuti.

Questo è un momento favorevole, ora che le Paralimpiadi hanno spalancato per certi versi la finestra verso il mondo della disabilità, occorre tenerla aperta e approfittare per fare cultura. Gli atleti soprattutto dovrebbero essere in nostri “testimonial” ed essere in prima fila in questo processo evolutivo. Ora che molti di loro godono di una certa notorietà per le imprese compiute, devono impegnarsi, ciascuno nelle proprie città affinchè le televisioni ed i giornali parlino anche dell’altra faccia della medaglia, quella sconosciuta delle difficoltà che si incontrano nella vita di tutti i giorni, e si proceda verso una vera inclusione sociale.