DIVERSABILITÀ E PACE

Nessuna diversità tra chi lavora insieme per la pace

Pubblichiamo questa interessante riflessione sul tema del rapporto tra disabilità e pace. Claudio Imprudente è un autorevole esponente del mondo della disabilità. Affetto da tetraparesi spastica è presidente del Centro Documentazione Handicap di Bologna nonchè direttore della rivista “H Parlante”. È lui che ha parlato per primo di “NORMODOTATI GRAVI” con riferimento a tutti coloro che perseguono modelli urbanistici ed edilizi antisociali, leggi economiste distorte, e che non tengono in nessun conto la persona umana in se stessa. Leggendo ciò che scrive si può essere d’accordo o meno su quanto sostiene: ma il tema sollevato è indubbiamente affascinante.


Tra le numerose iniziative di formazione in cui sono coinvolto ci sono anche i corsi per obiettori di coscienza. Inevitabilmente, dopo aver parlato di diversabilità e handicap, mi interessa scambiare con loro qualche riflessione sulla pace. Non vi nascondo però che appena propongo questo argomento cresce in me un po’ di imbarazzo perché sento di essere l’ennesimo santone che si riempie la bocca di questa bella e inflazionatissima parola.

Anche nelle scuole capita che un ragazzo salti su e mi chieda: –  Claudio, cos’è per te la pace?

Anche in questa situazione non mi sento tranquillo, temo di dire le solite banalità. Nonostante queste paure, mi faccio coraggio per superarle e tento di rispondere, magari proponendo un approccio nuovo e vicino a quelli che sono i temi che tratto di solito. Per voi c’è una relazione tra diversabilità e pace? Per me c’è, eccome! Penso infatti che la diversabilità sia la base per una cultura di pace.

  –E perché?– direte voi. Ragionando con Fabrizio, amico e collega, ci siamo resi conto che una relazione di pace parte dal condividere le cose che si hanno in comune per poi valorizzare le abilità e le potenzialità dell’altro. Questo approccio permette di arricchirsi delle diversità senza perdere la propria preziosa identità. Il concetto di diversabilità non è altro che questo e va ben oltre all’ambito, ormai per me un po’ angusto, dell’handicap. Così il significato di questa parola-strumento può essere allargato a tutte le relazioni di cui l’uomo è protagonista compresi i rapporti uomo-donna, uomo-ambiente, uomoDio. Tra una birra e un limoncello ci siamo convinti che, perché si concretizzi questo modo di porsi di fronte all’altro sono necessari tre espedienti: il primo è buttarsi nella relazione, cioè prendere coraggio e essere disposti anche ad andare dove non si è mai andati (mettersi in discussione). Il secondo è toccare con mano, cioè fare esperienza diretta per conoscere sulla propria pelle la realtà in questione. Sporcarsi le mani è sempre molto faticoso, ma mettersi i guanti di plastica non permette di conoscere a fondo la realtà.

Il terzo è guardarsi negli occhi, cioè creare una relazione alla pari, entrare in empatia, condividere. Quando nei convegni voglio spingere il mondo cosiddetto normodotato ad avere una relazione alla pari con il mondo dell’handicap mi “scappa” il concetto di abbassarsi per potersi guardare negli occhi. Se pensiamo al fatto che io sono seduto sulla carrozzina e chi mi vuole parlare deve sedersi, quindi abbassarsi al mio livello, l’immagine calza. Ma quante volte però, gli obiettori, e non solo loro, mi hanno ringraziato perché nello stare con me hanno percepito come un alzarsi, cioè si sono sentiti crescere! Da questo posso dire che il più delle volte l’idea di abbassarsi al livello di un’altra realtà o di un’altra persona è solo un pregiudizio: l’uomo vive relazioni vere nel momento in cui condivide qualcosa con l’altro, questo implica uno scambio reciproco, solo in questo caso è possibile l’arricchimento e il crescere grazie alla diversità dell’altro. Intendo dire che l’uomo difficilmente è capace di abbassarsi, ne conosco solo uno che lo ha fatto in modo limpido e fino in fondo: Gesù.

Vi racconto una storiella per spiegarmi meglio. Qualche tempo fa andai a S.Damiano, ad Assisi, lì incontrai fra’ Massimo, alto e con gli occhiali da sole, che rimase un po’ con me e mi accompagnò spiegandomi un po’ le icone che c’erano. In queste icone Gesù era rappresentato come un agnellino e come un bambino. Allora lui mi chiese: “Tu avresti paura di un agnello e di un bambino?”Bhè! Insomma, non dovrò stare qui a dirvi che sorrisi dentro di me prima di rispondere che ovviamente due figure così deboli e innocenti non mi facevano alcuna paura. E pensandoci bene mi parve parecchio curioso e bello pensare che, a parte i giochetti, Dio aveva proprio scelto la debolezza per incontrare gli uomini, per entrare in relazione con loro attraverso il suo Figlio. Aveva scelto la debolezza per non fare loro alcuna paura. Dio non sceglie di essere forte, potente; sceglie invece la debolezza, quindi la diversabilità. Quante volte ho detto che per risolvere i mille problemi dell’handicap basta cambiare una vocale: da sfiga a sfida. Ebbene, non ci crederete ma mi sono imbattuto in un’altra vocale un po’ rivoluzionaria. Nel famoso discorso delle beatitudini Gesù definisce beati i miti, i costruttori di pace, i puri di cuore ecc. Il problema è che noi abbiamo capito male: invece di beati capiamo beoti. Curioso, no?