GABRIELLA BERTINI, QUELLA DONNA IN FIAT 500 CHE DIFENDEVA I DIRITTI

Conobbi Gabriella Bertini nei primi anni ’80 quando a Firenze si svolse uno dei primi convegni medici nei quali si parlava espressamente di cura e riabilitazione delle persone con lesione al midollo spinale. Il convegno, ricordo, vedeva tra il pubblico che ascoltava parecchie persone in carrozzina che facevano parte della F.A.I.P. la nostra Federazione Nazionale. Mi colpì molto Gabriella quando dalla platea improvvisamente interruppe uno dei medici relatori urlando tutta la sua rabbia su come venivano trattate negli ospedali le persone paraplegiche e rimproverando aspramente gli organizzatori del convegno per non aver coinvolto nell’organizzazione i loro diretti interlocutori cioè queste persone. Quella volta ci mise tutti un po’ in imbarazzo, ma Gabriella era fatta così. E così ha combattuto per tutta la sua vita fino all’aprile del 2015, quando se n’è andata. Ho recentemente letto sul sito www.superando.it una sua breve biografia scritta da Stefania Delendati.La voglio in parte riproporre perché credo sia importante capire il difficile percorso -affrontato da Gabriella e con lei da molte altre persone in carrozzina- che ha portato a far nascere, in molte parti d’Italia, le Unità Spinali, finalmente garanzia per cure adeguate.                                                                                                                                                                                                                SG


L’immagine è divenuta una sorta di icona, Gabriella Bertini, che negli Anni Sessanta -come reca la stessa dicitura sotto la foto- fu la prima donna italiana in carrozzina a guidare l’automobile.

Ci sono vetture che hanno segnato un’epoca, alcune rese celebri del cinema, altre di lusso, altre ancora legate a fatti di cronaca. La Fiat 500 di Gabriella Bertini è poco conosciuta, come del resto pochi conoscono la sua coraggiosa autista, eppure è un pezzo di storia del nostro Paese, che ha molto da dirci su come eravamo, quanta strada abbiamo percorso e quanto ancora dobbiamo rimboccarci le maniche.

La 500 della Bertini è stata tra le prime autovetture in Italia adattata con comandi manuali, l’unica ancora presente al mondo risalente a quel tempo. Gabriella la comprò nel 1965, contro il parere dei familiari. Aveva 25 anni, era una ragazza bella come il sole, un sorriso e una faccia da cinema con lunghi capelli scuri.

Erano anni ruggenti per giovani impegnati nella politica e nella società, anni di lotte per i diritti, anche per i diritti delle donne. Solo che Gabriella quelle battaglie doveva combatterle su più fronti, perché lei era giovane, era donna ed era anche una persona con disabilità che pretendeva cure adeguate, indipendenza, dignità per sé e per gli altri cittadini disabili.

Era in sedia a rotelle dal 1953 quando, appena tredicenne, un’infezione al miDOLLO, forse una trombosi spinale, l’aveva resa paraplegica. A 18 anni divenne la segretaria del professor Adriano Milani, direttore del Centro di Riabilitazione per Bambini con Spasticità della Croce Rossa Italiana del capoluogo toscano. Frequentava Barbiana, il borgo sulle colline fiorentine dove don Lorenzo Milani, fratello del professore, sperimentava un modo nuovo di fare scuola, accogliendo tutti e aiutando i ragazzi, per diversi motivi, più svantaggiati. Provava, Gabriella, a costruirsi un futuro attivo, in un’Italia che alle persone come lei offriva ospizi e pietà. La paraplegia era ritenuta infatti una condizione senza vie d’uscita, non esistevano reparti specializzati e le complicanze dell’immobilità accorciavano l’aspettativa di vita. Ma Gabriella non era tipo facile alla resa. Acuta e intelligente, si documentava e come una spugna assorbiva insegnamenti, rivendicando con testardaggine diritti che oggi appaiono (quasi) scontati, ma che allora non lo erano affatto. Come avere una sedia a rotelle dal Servizio Sanitario. A quei tempi sentì parlare di Stoke Mandeville, un ospedale inglese dove i paraplegici venivano riabilitati, potevano praticare sport e ritornare a vivere dignitosamente. Decise di visitarlo. «Vedere come curavano e riabilitavano persone con lesione al midollo spinale fu una cosa meravigliosa e capii subito che le stesse cose sarebbero dovute avvenire anche in Italia. Il programma del centro inglese era una realtà che dava speranza, faceva tornare la gioia di vivere, di muoversi, studiare, lottare», disse Gabriella dopo averlo visitato.

Erano i primi Anni Settanta, tanti cambiamenti erano sopraggiunti. La Fiat 500 e la patente, prima di tutto. Ormai Gabriella raggiungeva il posto di lavoro da sola, non doveva più aspettare il pulmino. Non solo, poteva organizzare incontri e riunioni con i genitori, per rendersi conto delle loro difficoltà quotidiane, bussava agli uffici dei politici. Cominciavano a conoscerla, merito anche di una foto in cui sorridente sbucava dal finestrino dell’auto, un’immagine divenuta un’icona che l’ha fatta conoscere alle generazioni successive. Tanta gente andava e veniva dalla casa di Gabriella e Beppe, suo marito, e tutti avevano in comune ideali di libertà e di vedere rispettati i loro diritti di cittadini. Avevano compiuto passi da gigante: a partire dal 1960 a Barbiana, una volta alla settimana, le persone mielolese potevano effettuare sedute di fisioterapia; nel giro di una decina d’anni, con il contributo di Gabriella, quelle stesse persone si riunirono nei primi gruppi organizzati di cittadini con disabilità. Insieme potevano farcela, e ne ebbero un assaggio appena dopo il ’68. Era stata infatti emanata la normativa sul collocamento lavorativo delle persone con disabilità (la Legge 482/68), cosicché Gabriella e i suoi compagni occuparono a lungo Piazza della Signoria a Firenze, per far rispettare la norma, portando all’assunzione di trecento persone con disabilità. Era iniziato il periodo delle manifestazioni pacifiche nelle quali Gabriella si impegnò con determinazione. Le lotte continue, però, finirono per debilitarla. Nel 1971 volò a Stoke Mandeville, per curarsi, e li poté sentire le testimonianze di operatori e pazienti, raccogliendo una vasta documentazione video e fotografica sul suo modello, decidendo poi con il marito -che sempre l’aveva supportata- di importarlo nel nostro Paese.

Qui da noi era sufficiente una lesione cutanea trattata con superficialità per morire, in Inghilterra i paraplegici avevano piscine, laboratori occupazionali, palestre. Gabriella e Beppe rientrarono nel 1972, mantenendo però un solido filo diretto con il dottor Jack Walsh, direttore della clinica inglese. Nel frattempo costituirono un Comitato per la Riabilitazione, per fare pressione sulla Regione Toscana, ai fini dell’apertura di un’Unità Spinale presso l’Ospedale Careggi di Firenze. Il dottor Walsh era sempre al loro fianco, disponibile a tenere conferenze con medici, infermieri, fisioterapisti e politici, per stimolare un cambiamento di mentalità. Nel 1978 avviò in via sperimentale il Reparto Paraplegici, al settimo piano del CTO, che per tutti divenne il “7° Paraplegici”, un progetto avveniristico per gli standard italiani, che necessitava di personale adeguatamente formato. Il primario era il professor Mizzau, un medico illuminato che dialogava con le Associazioni, prima fra tutte la Toscana Paraplegici, e mandava i suoi pochi infermieri a fare tirocinio a Stoke Mandeville; al ritorno dall’estero, a loro volta formavano i colleghi durante incontri ai quali partecipavano anche i pazienti. Ma era una lotta continua per scongiurare il pericolo di chiusura, il personale era scarso e i posti letto insufficienti.

Nel ’79 nuovi problemi di salute costrinsero Gabriella al ricovero in Germania, nel Centro per Lesioni Midollari di Heidelberg. Quei mesi lontano da casa la spinsero ancor più a dedicare tutta se stessa a rendere concreto il diritto alla cura. Gabriella prese a cuore soprattutto un bambino romano di 8 anni, portato in Germania per guarire le piaghe da decubito. Gli rimase accanto, e con l’aiuto di un altro italiano ricoverato, Giuseppe Guerrieri, prese una decisione irremovibile: al ritorno in Italia avrebbe iniziato uno sciopero della fame, per chiedere l’apertura di un centro attrezzato non più sperimentale. Il 18 novembre 1979 Gabriella cominciò a digiunare, formulando precise richieste alla Regione e al Ministero della Sanità. La tenacia della giovane donna colpì altre persone con paraplegia, che si unirono alla lotta pacifica. Uno sciopero della fame attuato “da handicappati” -come venivano chiamati allora- fece riflettere e discutere il Paese intero. Lo sciopero della fame durò quattro giorni, al termine dei quali giunse l’impegno concreto di Regione, CTO e Ministero della Sanità di creare sotto la direzione del dottor Giulio Del Popolo una divisione autonoma ampliabile per lesioni al midollo spinale presso il nosocomio di Careggi a Firenze.

Già, ampliabile, solo che per aumentare i posti letto fu necessario risalire sulle barricate. Nell’86, infatti, Gabriella e altri amici paraplegici occuparono per tre giorni il palazzo della Regione Toscana. Lei, ormai una “donna-simbolo”, ma non per questo disposta ad adagiarsi, si sedette sulle scale e lanciò la sua carrozzina come gesto di dissenso. L’anno dopo, finalmente, venne firmato l’accordo per la realizzazione dell’Unità Spinale di Firenze, la prima in Italia. In quei tempi erano già sorte parecchie associazioni di persone con mielolesione in Italia che in quegli anni si unirono dando vita alla Federazione Nazionale, la FAIP che ora tutti conoscono. Questo fu anche per merito di persone come Gabriella Bertini e dell’associazione Toscana Paraplegici nella quale fu sempre impegnata.

A questo fece seguito l’apertura di altre Unità Spinali in Italia, anche se non ancora abbastanza.