RUOTE LIBERE
di Marina Perlato
Innumerevoli sono le voci in ambito medico che invitano a fare sport a qualsiasi età e soprattutto per chi, in carrozzina, deve sopperire in qualche modo all’immobilità di arti e tronco inferiori e combattere l’atrofia muscolare, causa di complicanze circolatorie per il mancato effetto “pompa” del deambulare.
Viviamo in un mondo dove la tecnologia è massicciamente presente, dove la conoscenza di processi chimico-fisici ha migliorato la qualità della nostra vita (secondo altri è il contrario). In massima parte questi progressi sono indotti da domande poste da problematiche di ordine primario: mangiare, dormire, scaldarsi, muoversi ecc.
Da qualche decennio le applicazioni delle migliori tecnologie ci danno dei prodotti sempre più innovativi, anche in attività voluttuarie-ludiche, tale era considerato un tempo lo sport, e tra le nuove tecnologie consideriamo in questo articolo il ciclismo, da diporto e agonistico, il mezzo di locomozione più diffuso al mondo. Frutto di una tecnologia “povera” ma di soluzioni intelligenti gestisce, amplificandola, la capacità umana di produrre lavoro muscolare, con la parte più forte, più potente, del nostro corpo: le gambe.
Un efficientissimo sistema di leve produce da un movimento alternato, come i pistoni di un motore termico, un movimento lineare e di velocità impensabile. Le due forze che dobbiamo vincere sono il peso e la resistenza aerodinamica, concetti semplicissimi, ma per chi va in bicicletta sono vere e proprie “croci”, nel senso che la prima impone una dieta ferrea, equilibrata, la seconda una posizione in sella non facile da mantenere; ma lasciamo questi problemi a chi le gambe può ancora usarle.
Chi, come me, che non ha più l’uso di queste appendici e non solo, evidentemente ha bisogno di una bicicletta molto speciale, spinta con le braccia: l’handbike.
Le origini si perdono tra l’Inghilterra e gli USA, la prima per i reduci della seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti per i reduci del Vietnam.
É arrivata da noi circa 15 anni fa e in fretta si è imposta, con incredibili prestazioni, all’attenzione di persone disabili (non deambulanti) e l’evoluzione tecnologica, sfruttando nuovi materiali e conoscenze di biomeccanica, è stata inarrestabile.
Il migliore esempio di chi è stato capace di raccogliere queste aspettative in Italia, l’abbiamo proprio qui a Verona! E’ bastato mettere insieme tre persone: una persona disabile ex ciclista, un tecnico progettista e un abile artigiano, tutte persone accomunate da un’unica motivazione: vivere al massimo delle proprie capacità, sia fisiche che mentali.
Due sono le posizioni di seduta possibili. Nella foto qui accanto vediamo il campione italiano a cronometro Roberto Brigo che gareggia in posizione “sdraiata”. In questo caso si risolve brillantemente uno dei problemi sopra citati, quello della resistenza dell’aria, il Cx.
Questa bicicletta e questa posizione sono espressamente studiate per la velocità e in un percorso pianeggiante, tipico della cronometro, è imbattibile.
Ma in questa posizione solo le braccia partecipano allo sforzo e quindi è pura energia muscolare, dove la forza resistente è espressa solo con la massa muscolare.
Chi può o vuole, adotta una posizione diversa, molto più eretta (come nella foto in cui vediamo Gianni Garbin) anche un po’ inclinata in avanti, dove alla spinta delle braccia si unisce l’oscillazione del busto che, alternativamente, si appoggia sulle manovelle, contribuendo con il peso del busto stesso alla rotazione delle manovelle, che in questo modo possono essere più lunghe e il braccio utile per la spinta più lungo, quindi un movimento più efficiente.
Come contropartita abbiamo una maggior resistenza aerodinamica e un dispendio energetico complessivamente più elevato, ma anche un notevole beneficio per dorsali e addominali, alternativamente sollecitati. Su me stessa ho sperimentato che anche movimenti passivi ripetitivi portano i muscoli stessi ad una memoria di movimento sfruttabile volontariamente.
Quindi, stabilito il tipo di handbike e la consapevolezza di cominciare un lungo training, possiamo iniziare uno sport che ci porterà lontano, fin dove la nostra volontà o il nostro desiderio di libertà ci vorrà guidare.
Consigli tecnico-pratici per handbikers:
Bici: tassativamente su misura o completamente regolabile. Il punto più importante è il fulcro movimento manovelle, lunghezza e larghezza delle stesse. Nella rotazione le braccia non devono estendersi completamente e nemmeno retrarre oltre la linea del torace, pena infiammazione cronica dell’articolazione della spalla (periartrite).
Schienale: non troppo morbido né troppo largo, le scapole devono assolutamente essere libere. Le gambe devono essere leggermente flesse, per favorire lo sterzo e non finire in flessione negativa in caso di manovre di emergenza. L’inclinazione (assetto in bici) è troppo soggettivo da definire e ovviamente questo comporta una geometria molto diversa della stessa.
Telaio: è generalmente lega ALU-7005 T6 resistente e piuttosto performante. Le tubazioni sagomate e alcuni particolari lavorati sono in 6005 T5, lega più malleabile. Dopo la saldatura tutti questi materiali devono essere normalizzati in forno, solo così si ripristinano le caratteristiche meccaniche decadute nella saldatura. Il telaio in una bicicletta è il cuore, è l’ossatura portante. La lega di alluminio se sollecitata al limite è prudente pensare di cambiarla ogni tre, quattro anni, o ogni 35/40.000 km. La componentistica montata, evidentemente, è quella che incide moltissimo sul costo finale della bicicletta: più costa, meglio va. Ad ognuno la sua scelta.
Le ruote: la bici si muove su ruote, ovviamente. Le stesse in genere sono da 26”, la stessa misura della mountain bike. Anteriormente consiglio almeno 32 raggi, perché sull’anteriore gravano circa metà del peso e tutte le sollecitazioni, sterzando da fermo e in frenata, soprattutto con freno a disco – vivamente consigliato per chi ama andare in montagna – molto più affidabile e sicuro in condizioni di bagnato, risparmiando il cerchione e copertone che, ripetutamente scaldato con freno cantilever (da corsa), degrada rapidamente, invecchiando precocemente (sono avvenuti scoppi dovuti a surriscaldamento e pressione troppo alta). La campanatura delle ruote posteriori ultimamente, abbassando il baricentro, si è ridotta sempre di più. Ora è vicina allo zero per bici da cronometro, ma attenzione, in curva se la pressione è bassa il copertoncino o tubolare può scalzare dal cerchione. L’allineamento delle ruote deve essere molto accurato, deve essere fatto da persone preparate e caricando la bici con un peso equivalente all’utilizzatore, pena degrado, usura gomme.
Le problematiche fisiche che abbiamo incontrato più o meno tutti, sono dovute principalmente a infiammazioni articolari e tendinee su spalla e gomito. Ad un esame bio-meccanico più accurato risultavano movimenti e posture non corrette, le problematiche si sono risolte di conseguenza. Ascoltate ogni segnale che vi manda il vostro corpo. Se non corrette per tempo, sollecitazioni anomale possono causare guai. Un fisico ben allenato dovrebbe recuperare qualsiasi sforzo nell’arco di un giorno.
Indirizzi utili:
Maddiline Cycle – Handbikes e non solo
Show room e fabbrica Via Campagnon 37015 – Ponton S. Ambrogio di Valpolicella (VR)
tel. 0457731210 – www.maddilinecycle.com
Gruppo Sportivo Ciclistico – GSC GIAMBENINI Via Roma,2 Pescantina (VR) – tel. 3494572773 – www.gscgiambeninip.it
Università degli studi di Verona – Facoltà Scienze Motorie – Via Casorati, 43
Dott. Luca Ardigò tel. 0458425117 Email: luca.ardigo@univr.it
BERLIN MARATHON
La maratona, dai tempi di Sparta e Atene e del prode Filippide, è la più importante e sentita gara olimpica. É praticata da milioni di persone, dilettanti e professionisti.
La storia ellenica, per chi non ha ricordi scolastici, ci rammenta che una delle invasioni dei persiani fu combattuta vittoriosamente nella piana di Maratona dagli ateniesi, i quali avevano spedito un paio di giorni prima il messaggero Filippide a chiedere aiuto a Sparta, che lo negò. Gli ateniesi dunque si batterono da soli e lo fecero bene, anche se erano in numero decisamente inferiore. Rientrato da Sparta e dopo aver partecipato anche alla battaglia, Filippide fu inviato ad Atene (la distanza Maratona – Atene è quella che in seguito fu usata per la lunghezza di questa disciplina: 42.195 mt) a portare la notizia della vittoria e ad informare che i persiani superstiti, ancora tanti, si erano imbarcati e avrebbero potuto minacciare Atene. Corse a perdifiato, tanto che non gliene restò più per respirare e morì. In totale percorse in 5 giorni circa 600 km (Atene-Sparta-Atene-Maratona-Atene). É evidente che con queste premesse la maratona anche per noi handbikers è la massima aspirazione, per la partecipazione e anche per la vittoria. 
Ho corso decine di maratone in tutta Italia, anche con buoni risultati, ma nel nostro team si parlava sempre più spesso di una trasferta all’estero: New York, Londra, Berlino. Erano anni che ci pensavo, combattuta tra il desiderio di una esperienza voluta con tutto il cuore e la consapevolezza delle difficoltà della gara e logistiche: viaggio lungo, trasporto bici, clima. Infine, non ho esitato più di tanto, ho accettato l’invito degli amici handbikers di Reggio Emilia a viaggiare insieme e con alcuni compagni del mio team siamo partiti con pullman e carrello portabici al seguito, in piena notte, direzione Berlino.
Chi pratica agonismo con continuità dando il massimo in gara, durante la “carriera” agonistica deve trovare un equilibrio tra allenamento ed esaurimento, inteso come eccesso di carico di lavoro senza recupero psico-fisico. Questo percorso è strettamente personale e va calibrato attentamente con alimentazione, motivazioni, supporto del gruppo in allenamenti e gare.
Volevo – volevamo – arrivare all’appuntamento preparati, carichi come molle pronte a scattare.
Durante questi ultimi anni mi sono sempre allenata con mio marito, che cura anche la costruzione e la manutenzione delle biciclette e, per gare lunghe come la maratona, mi segue, anche lui in bici, per darmi ritmo e incoraggiamento nei momenti inevitabili di crisi nonché per passarmi alimenti che posso assumere senza smettere di pedalare.
Però a Berlino non è permessa nessuna bici al seguito, neppure per assistenza meccanica. I bravi tedeschi garantiscono di pensare loro a tutto (ma noi la carichiamo comunque…). La partenza in piena notte ha favorito, per la stanchezza, un breve sonnellino. Un tempo orribile ci accompagna per tutto il lungo viaggio. Ripensiamo ai racconti di chi c’è già stato: freddo, pioggia, anche neve. Noi siamo ottimisti, le previsioni erano buone. E infatti Berlino ci accoglie con sole e cielo sereno, sembra un sogno.
Prima della gara abbiamo due giorni liberi, che si fa? Ci guardiamo attorno e vediamo centinaia di ciclisti che filano su corsie riservate, su tutte le strade, incroci compresi. Tiriamo fuori le biciclette, alcuni con la carrozzina a traino, e via in giro per la città. Una vera meraviglia, perfetta per la bici, con la possibilità di andare pressoché dappertutto. In due giorni percorro 80 km. Troppi… prima di una gara bisogna osservare un giorno di riposo assoluto, so che pagherò pegno, ma come si fa a non pedalare a Berlino?
Il giorno della maratona la tensione tra di noi è palpabile, quante aspettative, quanti sacrifici per questo evento, e in più per me l’impossibilità di avere il trainer-marito che mi segue.
Usiamo direttamente la bici fin dall’albergo: la partenza dista solo quattro km, buoni per il riscaldamento.
Dovete sapere che la maratona di Berlino, dopo quella di New York, è la gara che raccoglie più atleti, circa 40.000, e attraversa anche alcuni luoghi dove si ergeva il Muro. Una corsa ideale verso la libertà, vi assicuro che qui si respira, si vive, una atmosfera piena di significati, non solo sportivi.
Prepararsi, schierarsi in centinaia davanti ad altre migliaia di persone, emotivamente è stato piuttosto coinvolgente. Prevaleva su tutto il rumore degli altoparlanti, un suono sincopato a bassa frequenza, un battito cardiaco a tutto volume; non era proprio possibile restare indifferenti.
Dunque ….pronti, via!
Il fruscio delle ruote sull’asfalto, moltiplicato per tutte le bici presenti, diventa un suono, un sibilo, che scatena l’adrenalina in corpo. Una sensazione che ben conosco e che mi accompagnerà per tutta la gara. Dopo i primi km mi raggiunge mio marito, ero sicura che da testone cocciuto qual’è non avrebbe mollato di fronte ad un divieto (mi racconterà poi di aver contattato un gruppo di accompagnatori in bici il cui compito era proprio quello di fermare gli irriducibili come lui… come abbiano fatto a capirsi ancora non lo so, ma ha avuto il tacito consenso di seguirmi).
La gara è stata come me l’aspettavo, ho pagato lo sforzo, o meglio, il non riposo, dei giorni precedenti, ma l’esperienza e l’incoraggiamento della gente mi hanno permesso di arrivare in fondo con ancora un buon ritmo e quindi un buon tempo. Ricordo che il record mondiale è dell’atleta Haile Gebrselassie
Alla fine di queste righe mi rendo conto che non ho parlato abbastanza di Berlino.
Siamo partiti con un po’ di pregiudizi, un po’ prevenuti, con ancora in mente i ricordi dei racconti di padri e nonni, non belli, come ben sapete. La storia che la Germania ha scritto è una orribile storia. Ma oggi i tedeschi, i berlinesi, sono uomini e donne migliori dei loro padri, ci hanno dimostrato rispetto e, se non proprio amicizia, una correttezza un po’ formale, che noi, da tipici italiani abbiamo comunque provato a rompere.
Un altro muro da abbattere, magari la prossima volta, quello della lingua così difficile da capire. AUF WIEDERSEHEN …
Handbike che passione!
Finalmente dopo lungo tempo dalla gestazione la “mia” bicicletta è pronta. Ho aspettato questo momento per due anni, ho visto nascere sulla carta il progetto della bici, ho seguito passo passo l’evoluzione dal primo prototipo fino al quinto esemplare, il mio!
Le prime sensazioni sono assolutamente positive, i primi chilometri confermano la validità di questo progetto: rigidità nella spinta, stabilità in velocità e in frenata, sterzo autodirezionale, cioè che tende a raddrizzarsi e non soffre della pendenza della strada, ben fatto!
Così il nostro sogno si è realizzato, siamo riusciti in qualcosa di inimmaginabile e inarrestabile: la miglior handbike prodotta in Italia.
Noi tutti usiamo prodotti frutto della tecnologia, ma pochi sanno cosa c’è dietro, io stessa dopo questo percorso nella tecnologia costruttiva non valuto più le cose solo con il costo e l’uso, mi incuriosisce immaginare il lavoro nel creare, progettare, che c’è dietro.
Carbonio, lega di alluminio, trattamenti termici, cambio, deragliatore, ruote da 28” piuttosto che da 26”, corona, pignoni, freno a disco, convergenza, sono termini che non mi spaventano più. Così è cominciato un viaggio che non si è ancora concluso.
Raggiungere Giazza, paese in fondo alla Val d’Illasi (partendo da casa mia, Tregnago), è stato il primo passo per rendermi conto che ce la potevo fare. Da allora è passata molta strada sotto le mie ruote, più di 15.000 km e quasi 100.000 mt di dislivello in salita, e pure la qualità complessiva della mia vita è migliorata molto.
Un approccio graduale per impegno e difficoltà di percorso deve essere ben chiaro per chi inizia questo sport. L’espressione “non ce la faccio” non fa parte del vocabolario dello sportivo, ma “ci posso provare”. E questa è una sfida che non finisce mai. Durante questi ultimi cinque anni ho partecipato a 114 gare di cui 28 maratone, le più interessanti. Ho conosciuto decine di ciclisti e handbikers. Abbiamo fondato una squadra di dieci elementi di primo piano a livello mondiale. Abbiamo organizzato gare, abbiamo “contagiato” molti di quelli che ci conoscono e la bicicletta è diventata molto importante, il miglior “mezzo” per fare amicizia.
Lo sport avvicina, accomuna chi si nutre di ingredienti quali la fatica, la determinazione a non mollare, la reciproca stima, il rispetto, il riconoscere i propri limiti ma anche cercare di spingerli più in là. Non barare, la lealtà, l’onestà di essere comunque se stessi, nella “gloria” e nella “sconfitta”, non demoralizzarsi e non esaltarsi, questo è il terreno di scontro-incontro di tutti gli sport non professionisti.
Dopo tutto questo correre ci si può anche stancare, penserete voi, ed è così che si scopre l’altra faccia dell’handbike, quella del muoversi con calma, fermarsi, guardarsi attorno, cogliere gli sguardi e i saluti dei ciclisti, gli odori, i profumi di un bosco in primavera, di arrivare su un passo in cima a un monte (nella foto il Passo Gavia, mt. 2652), lasciar correre lo sguardo ad accarezzare l’orizzonte, la discesa vertiginosa che ci aspetta, l’aria fra i capelli, sul viso, sentire la vita scorrere veloce, a settanta km/h in una gara fra la paura e l’ebbrezza, non facile da descrivere, ma qui ora davanti al computer mi fa ancora sorridere ed emozionare.
Prima dell’incidente ho vissuto esperienze forse più rischiose, ma le sensazioni sono le stesse, e con la mia bicicletta so fin dove posso spingermi e così in settembre, per una settimana di vacanze in Umbria, ho portato la mia bici per la prima volta, dopo anni di soggiorni estivi dedicati alla pratica dello sport preferito di mio marito. Ahhh la dolce Umbria!
Maledizione… tutta su e giù, un sole a picco che ti cuoce il cervello e la gente del posto, straordinariamente cordiale e disponibile a chiacchierare (là il ritmo della vita è molto più rilassato), che ti ferma per chiedere lumi su questo strano attrezzo.
E così sistemati programmiamo un giro di 50 km. Partenza in discesa su una stradina secondaria non asfaltata – maledizione… se è discesa, poi c’è la salita, logica impeccabile – un polverone della malora, ma si va avanti. Arriviamo a Branca, proprio il paesino dove hanno ambientato ‘Brancaleone alle crociate, quattro case, ma belle. Impolverati ed assetati chiediamo quanto manca per Gubbio, giro di boa del nostro percorso. La risposta riuscite ad immaginarla in dialetto umbro-toscano? “Coraggio, che manca poco!”. Dodici km! Sole di mezzodì! Arriviamo a Gubbio, arroccato su una collina, naturalmente. Maledizione… ancora una salitona, ma tra le stradine ombrose e fresche troviamo una fontana di acqua e un tipo su una carrozzina elettrica che in stretto dialetto ci avverte che è pericoloso andare in bicicletta in giro per il paese (…sapesse com’è girare per le nostre città!).
Gubbio visitato in carrozzina è un tormento: per chi ci è seduto sopra e per chi spinge, ma con la bici si lascia girare in ogni cantuccio che è una meraviglia, la più bella cittadina medioevale umbra. Passiamo in mezzo al mercato chiedendo strada, tra frotte di turisti, e si vede! Chi ti guarda con sufficienza, chi indifferente, ma non sono di qui. Noi tiriamo dritto per la nostra strada, un po’, molto, preoccupati: ci aspettano 25 km e il passo del Bottaccione. Forse non ce la faremo con questo caldo, ma non molliamo e con la compagnia delle cicale e di una brezzolina piacevole, arriviamo su, un colpo d’occhio sulla pianura di Gualdo Tadino, il Monte Cucco (1200 mt di salita) che ci aspetta da trent’anni, pendenza fino al 18%, ma questa è un’altra storia…