Sì, si può fare… alle volte nella vita bisogna buttarsi!
La storia del lancio di un para-cadutista
Fano (Pesaro) – 28 Giugno 2008 – ore 14:45.
Alle mie spalle qualcuno mi grida nelle orecchie: “Allora, non appena Paolo apre il portellone, tu metti le gambe a penzoloni. Poi facciamo un movimento ondulatorio e ci buttiamo!” Eseguo gli ordini come un fedele soldatino ed all’improvviso mi ritrovo sul pianale di un piccolo aereo da turismo a guardare i miei piedi che penzolano a 4.500 m di altezza.
Fermi tutti, ma dove sono finito! Ma forse è il caso di raccontare dall’inizio questa strana storia…
In una calda giornata di fine maggio mi trovavo con gli amici a girare per i padiglioni della fiera di Bologna per visitare l’Expo Sanità. Mentre con i fidi amici Stefano e Paolo stavamo visitando l’area dedicata al tempo libero per vedere dal vivo gli ultimi modelli di camper accessibili, ci imbattemmo casualmente nello stand dell’associazione Liberhando (www.liberhando.it). Ad un primo sguardo distratto nulla di speciale, sembrava il classico stand di una normalissima associazione onlus. All’improvviso però fummo travolti dall’uragano Laura. Nel giro di due minuti ci raccontò della sua più
grande passione: il paracadutismo. Sulle prime rimanemmo tutti perplessi. Lanciarsi, ma siamo pazzi? Ci manca solo questa! Comunque ci fermammo a chiacchierare per un po’ e rimanemmo tutti colpiti dall’entusiasmo con cui Laura ci raccontava delle sue esperienze. Nel giro di qualche anno aveva già fatto più di settanta lanci ed era in procinto di effettuare un lancio in solitaria in cui gestire in autonomia anche la fase di atterraggio. Prima di salutarci ci invitò a partecipare alla manifestazione che Liberhando organizza ogni anno per permettere alle persone con disabilità e non, di provare l’ebbrezza del lancio in paracadute. Ci salutammo, ma la cosa lì per lì ci lasciò molto dubbiosi; tanto che nei giorni successivi non discutemmo nemmeno più tra di noi.
Qualche settimana dopo mi arrivò via mail l’invito ufficiale alla manifestazione “Para – cadutisti 2008”. In quel momento non so cosa è successo, ma è scattata una molla ed all’improvviso la decisione: volevo lanciarmi con il paracadute. É una cosa che ancora oggi difficilmente riesco a spiegarmi; solitamente sono una persona riflessiva che raramente agisce d’impulso. Questa volta però ho voluto lasciarmi guidare dalla mia parte irrazionale; quindi è deciso: mi lancerò! Ho subito parlato di questa cosa con i miei amici, perché mi piace condividere questo tipo di esperienze. Naturalmente la reazione della maggior parte delle persone, con cui ne ho parlato, era standard. Lanciarsi col paracadute? Non se ne parla: E tu poi in carrozzina… Non mi sono comunque ritrovato da solo, infatti Stefano (anche lui in carrozzina) e il fido amico Beppe (a questa manifestazione, infatti, possono partecipare persone con disabilità e non) decisero di realizzare insieme a me questo progetto.
Arrivò finalmente il fatidico giorno, partenza la mattina presto in direzione di Fano. Giunti all’aeroporto ed regolate rapidamente le procedure di registrazione, lo sguardo puntò subito verso il cielo. La manifestazione era già in corso, quindi già c’erano dei “colleghi” che stavano fluttuando nel cielo. La prima curiosità che mi volevo togliere, era quella di assistere alla fase di atterraggio. In effetti la mia unica preoccupazione era questa. Già vedendo il primo, ogni timore era svanito. L’atterraggio era davvero morbido: l’arrivo era rallentato dalla brezza che arrivava dal mare e non appena l’istruttore toccava terra c’erano due o tre persone che ti bloccavano “al volo” (stavolta è proprio il caso di dirlo).
A questo punto non rimaneva che aspettare il nostro turno.
Una mezz’ora prima del decollo venimmo convocati dai rispettivi istruttori per indossare l’imbragatura e nel frattempo ci venne spiegato quali posizioni dovevamo assumere durante le varie fasi del lancio.
Quando in lontananza sentimmo l’inequivocabile rumore di un piccolo aereo fermo sulla pista, capimmo che era arrivato il tanto atteso momento.
Mi spostai carrozzina fino all’aereo e qui gli istruttori mi “issarono” sull’aereo. Subito dopo il decollo il mio istruttore verificò il corretto ancoraggio dell’imbragatura e ripassammo le posizioni da assumere durante la fase di caduta libera. Fino a qui ero abbastanza tranquillo, anche se l’adrenalina cominciava a salire. Eravamo in nove persone strette in piccolo aereo a 4.000 metri da terra sopra il mare azzurro in una giornata di splendido sole. L’espressione dei volti degli istruttori erano rilassate ed allegre, mentre io vivevo una strana emozione: un misto di tensione, allegria ed attesa.
All’improvviso venne spalancato il portellone, toccava a me ed al mio istruttore a buttarci per primi. Meglio così, via il dente via il dolore! A questo punto la sequenza fu molto rapida: misi le gambe a penzoloni fuori dall’aereo, un rapido movimento ondulatorio con il busto e via!
Descrivere le emozioni provate nei primi secondi di caduta libera è impossibile. Non si ha l’impressione di cadere nel vuoto, ma il corpo raggiunge in brevissimo tempo una velocità incredibile. Quando questa si stabilizzò, cominciai ad abituarmi alla sensazione e quindi iniziai a godermi davvero il momento. Sensazioni indescrivibili, cuore a mille e adrenalina al massimo, un minuto davvero intenso!
Raggiunta la quota di 1.500 metri l’istruttore mi fece un segnale, era arrivato il momento di aprire il paracadute. Una decelerazione fortissima, per qualche secondo sembra quasi di sconfiggere la forza di gravità. Ci si trova a veleggiare godendo di un panorama spettacolare, da una parte il mare Adriatico dall’altra l’entroterra marchigiano così bello e variegato. Ad un certo punto l’istruttore mi propose di timonare il paracadute; non ci pensai due volte e prendendo in mano i due “tiranti” cominciai ad impostare la rotta verso il campo di atterraggio. É stato davvero unico gestire la discesa del paracadute e decidere come e in che direzione fluttuare nell’aria.
Una volta raggiunta una certa altitudine, l’istruttore prese in mano i comandi e cominciò ad effettuare le manovre per avvicinarci alla zona di atterraggio. Quando ci trovammo ad una decina di metri dal suolo afferrai la fascia che mi stringeva le ginocchia e quindi sollevai le gambe, mettendomi al riparo da eventuali problemi in atterraggio. L’atterraggio fu davvero morbido, aiutati dal fatto che venivamo rallentati dal vento che proveniva in direzione opposta dal mare e da un paio di persone che ci affiancarono non appena toccammo terra. Mi sembrò di fare un piccolo salto, nulla di più.
Inutile ripetere le solite cose: esperienza eccezionale, emozioni incredibili…
Un solo consiglio: provare!
Unica avvertenza: non soffrire di vertigini.
Federico Crosara
Persona di riferimento in GALM
Crosara Federico: crosarafe@yahoo.com
altro riferimento: www.liberamondo.com