I 40 ANNI DEL G.A.L.M.

Un naufrago in un mare in tempesta

Ricordo la festa per i 30 anni del GALM. A quel tempo ero ancora una “pivella” in mezzo agli altri, perchè ero entrata in questo mondo da appena un paio di anni. Di quella giornata ho nella memoria alcune immagini: il Vescovo che arrivando stringeva le mani a tutti, stranamente anche a me; un medico che con delle slides mostrava dati e chiedeva a noi di fare una campagna di prevenzione sul lago di Garda per evitare che i tuffi continuassero a mietere nuove vittime; un tizio in carrozzina di fronte a me a pranzo, che diceva “Fortuna che nella mano riesco a muovere anche il pollice, sennò sarei fregato” ed io pensavo ai miei pollici sordi ai comandi, ero davvero spacciata?

La risposta l’ho trovata solo col tempo. Ma allora ero ancora inesperta, e mi sono tenuta il dubbio per anni.

Quanto ci si sente persi all’inizio… È come essere investiti da uno tsunami che in due minuti ti rovescia e annienta tutto ciò che eri e avevi, distruggendo ogni certezza.

“In principio era il caos“. Quando mi trovavo ancora ricoverata a Negrar, in una stanza poco distante dalla mia c’era un tipo “fresco” di risveglio dopo un trauma cranico, e per questo particolarmente confuso e disinibito. Un giorno si era alzato a sedere sul letto e, protendendo le mani verso il crocefisso appeso alla parete di fronte, gli diceva: “Ehi, tu! Cosa fai lì, non vedi che qua c’è bisogno?? Vieni giù da lì!”. La domanda era assolutamente pertinente… e faceva eco nei miei pensieri.

Dall’altra parte del corridoio invece c’era un ragazzo paraplegico da anni, in cura per delle complicanze dovute soprattutto alla trascuratezza della sua esistenza, che era ossessionato da un certo chirurgo in Portogallo. Veniva nella mia camera portando plichi di carte stampate da internet che riportavano notizie certe e testimonianze di persone operate dal chirurgo portoghese e rimesse in piedi. “Qua non te lo dicono, però funziona!” mi rivelava con un luccichio nello sguardo.

Chissà se ha ragione, mi chiedevo…

L’inizio della lesione spinale è come un naufragio in un mare in tempesta. Non sai dove aggrapparti, non sai quanto durerà la tempesta, ogni tanto vai sotto acqua, poi cerchi di stare a galla, intorno a te è buio e non vedi l’orizzonte, a volte un lampo ti dà una prospettiva in lontananza.

Poi è arrivato il Santo. Un omino dai gesti gentili, delicato, che sembrava comparire vicino a me quasi per caso, diceva qualche cosa e scompariva, apparentemente, senza lasciare una traccia del suo passaggio. Eppure trasmetteva serenità e sicurezza, non come quella provvisoria di un salvagente ma come quella di un’isola di terraferma, una pietra solida. Dice Sant’Agostino, alla ricerca della santità: “Vuoi erigere un edificio che arrivi fino al cielo? Costruisci prima le fondamenta dell’umiltà”. Eugenio, il Santo, quell’edificio ce l’aveva: per la sua esperienza lunga, per la conoscenza tecnica di tutto ciò che serviva, per i collegamenti con tutto il territorio italiano e europeo, per la vocazione ad aiutare gli altri, per le persone che insieme a lui avevano fondato il G.A.L.M. Ed aveva la virtù dell’umiltà. Chiedeva e ascoltava, e rispondeva con poche parole semplici. È stato il mio faro, il riferimento per ogni più vario problema anche e soprattutto dopo, al ritorno a casa.

Colpa sua se sono nel G.A.L.M.. Io, persona intrinsecamente diffidente verso ogni organizzazione del genere, sono stata tirata “in trappola” dal mio faro e dalla fiducia che avevo in lui. Invitata a partecipare ad una riunione, mi sono però entusiasmata subito per lo spirito di quelle persone. Erano allegre, coraggiose, dei veri esempi di come navigare in questo mondo reggendo il timone e la bussola.

Lo so, alcuni dei nuovi arrivati non hanno mai conosciuto Eugenio e parlare di chi non c’è più può diventare patetico. Il fatto è che lui rappresenta la Storia dell’associazione, e avere una storia significa avere forza nel presente e consapevolezza per andare verso il futuro. Cos’è il G.A.L.M. oggi? C’è ancora tanto da fare. Se fosse un film a puntate, a quella odierna metterei come sottotitolo: “I Lea e nuovi paciughi”. La storia si svolge a Roma, dove in seguito a pressioni mediatiche e nella fretta di decidere una norma innovativa, il governo ha emesso un documento che peggiora la situazione di tanti indifesi. Il loro destino è nelle mani di pochi salvatori e nelle loro stesse mani. Vedremo come sarà il finale.

Ah, prima di concludere, dimenticavo i quesiti che ho lasciato in sospeso all’inizio del discorso:

– I miei pollici: col tempo ho concluso che i limiti sono come dei punti di domanda, ostacoli impossibili da evitare, che si mettono tra te e la vita. La risposta dipende solo da te, puoi chiuderti in casa oppure agire trovando una soluzione. E puoi anche fare tutte e due le cose, alternandole a seconda del giorno.

– Il crocefisso: non lo so perchè non venga più vicino, penso senza esserne certa che potrebbe essere dentro di noi.

– Quel ragazzo non è mai andato in Portogallo, ha continuato a rimuginare rabbia e non si è mai accettato nè si è preso cura di se stesso; ho saputo con tristezza che dopo circa un anno è morto per una infezione in stadio avanzato. Il chirurgo portoghese invece era un’impostore come tanti altri che vengono poi smascherati dai medici seri e dalle persone ben informate.

Per fortuna (anche per una cultura onesta) c’è il G.A.L.M..

Valentina Bianco