IL BIGLIETTO, LE PERSONE CON DISABILITÀ E L’ICEBERG

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Come tanti sanno, la mia indole curiosa e dinamica mi porta a visitare spesso posti nuovi, di interesse culturale o per divertimento.

Ad esempio, sono stata allo scorso Expo di Milano, con mia figlia e un paio di amici; ho scorrazzato liberamente per i vari quartieri, approfittando anche della precedenza che veniva data a tutto il nostro gruppetto per entrare nei padiglioni. Mia figlia ancora ci scherza su dicendo che con la mia carrozzina si girava a meraviglia..e sfacciatamente se ne vanta con le amiche. Che poi, a dire il vero, questa cosa non la capisco: quelli in piedi che fanno la fila non sono più infelici di me, che ho la mia confortevole sedia sotto il sedere, ovunque mi trovi? Certo che sono più scomodi! Infatti non vedo il motivo per cui noi in carrozzina non possiamo aspettare in coda. Il fatto di passare più o meno velocemente di per sè non ci cambia la vita, però è la dimostrazione concreta che c’è un’attenzione. Questa è la vera differenza, lo sottolineo: l’attenzione.

Il tema a mio avviso più piccante, però, è quello del prezzo dei biglietti per le persone disabili, su cui in giro si incontra un notevole divario.

Cito un esempio evidente: il costo degli autobus nelle varie città. A Firenze se utilizzo il trasporto pubblico pago un biglietto normale e l’accompagnatore è gratis, mentre a Venezia ho sperimentato sui traghetti la tariffa minima, incluso l’eventuale accompagnatore, e soprattutto senza l’obbligo di acquisto del Pass previsto (dai 10 € in su); all’opposto a Perugia, dove -per inciso- i dislivelli sono notevoli e non si possono affrontare in carrozzina, devo pagare un biglietto a prezzo pieno per me e chi mi segue. Ancora peggio è capitato a Rimini, dove alcuni anni fa mi hanno chiesto obbligatoriamente un tesserino per dimostrare la mia invalidità, se volevo il biglietto gratuito per la mia assistente; condizione che ho rifiutato perchè priva di buon senso (sono una paraplegica palese). In pratica, viaggiando con un aiuto, a Firenze si spende 1,20 €, a Venezia 1,50 € ma con l’agevolazione di non acquistare il Pass, a Perugia il doppio cioè 3 € e anche a Rimini raddoppia a 2,60 € se non esibisci il “patentino” di handicappato (moltiplicando i costi per più giorni lo stacco aumenta).

Da notare che il servizio di accessibilità, con pedane e personale preparato, è inversamente proporzionale al prezzo del biglietto: a Firenze e Venezia è migliore mentre scarseggia a Perugia e Rimini, a dimostrazione che sotto c’è quella particolare attenzione che dicevo poco fa.

Sempre riguardo agli autobus, una nota a parte la dedico tristemente alla mia città, Verona, dove non vengono attuati sconti. Nel ricco nord-est e a fronte di una prepotente tradizione cattolica, la tanto decantata “città dell’amore” cade in contraddizione.

Proseguendo con la panoramica dei costi, grandi differenze si vedono anche per gli spettacoli e le fiere. Ecco due esempi, qui a casa nostra: l’opera lirica in Arena è aperta a qualsiasi tipo di persona invalida ad un prezzo fisso di 15 € più 15 € per un’eventuale altra persona, e si viene accompagnati in platea, dove il posto più economico costerebbe 120 €; un trattamento quindi di lusso. Invece la Fiera di Verona non è stata in passato altrettanto “generosa”, in quanto applicava una piccola riduzione alle persone con disabilità e niente di più; sembra che nelle ultime esposizioni abbia finalmente migliorato politica, vale la pena comunque ricordare un modello di atteggiamento che è sbagliato. Avviene dove l’attenzione manca. I biglietti ci sono dappertutto, perciò esiste una lunga lista di altri casi: cinema, musei, spettacoli, strutture sportive, treni, metropolitane, aerei, ecc.. Come sono regolamentati? In generale, ci sono quattro possibilità su chi deve pagare:

1) La persona disabile

2) l’accompagnatore soltanto

3) nessuno dei due

4) tutti e due

Quali sono i criteri che sono alla base di queste scelte? Quali portano a risultati costruttivi e quali no? Vediamoli uno ad uno:

1) la persona con disabilità ha un biglietto a prezzo intero: è giusto quando può usufruire di quel servizio in modo pieno e senza limitazioni. Ad esempio, è così se vado al cinema; posso vedere il film come tutti gli altri e dato che dura un paio d’ore probabilmente non avrò necessità di mangiare o andare in bagno. Potrei tranquillamente andarci da sola e godermi lo spettacolo. Un altro esempio sono i musei e le mostre: lì proprio noi in carrozzina ci andiamo lisci come l’olio, le barriere architettoniche sono state eliminate nella maggior parte dei casi e non abbiamo bisogno di nessuno. E invece nei musei e alle esposizioni di solito l’entrata per noi è gratuita. Strano?

2) l’accompagnatore ha un costo e il disabile è gratuito: questo metodo è SEMPRE sbagliato. Anche se può fare comodo risparmiare quando si è da soli, non ha senso che l’aiutante, quando è necessario, debba essere a pagamento. È l’errore che commetteva l’Ente Fiera di Verona: va bene che le strutture siano rese accessibili, però dato che la fiera è grande e la visita non si esaurisce in poco tempo, è lecito che ci sia bisogno di un aiuto. E questo non deve essere un costo, a maggior ragione se si tratta di un Ente su base pubblica che ha come dovere l’interesse collettivo. In questo caso alla scorrettezza di tipo sociale si aggiunge un’aggravante: la miopia in ambito turistico, perchè chi trova un’accoglienza inadeguata non torna. Il costo del biglietto per le persone disabili si potrebbe definire la cartina di tornasole, la “carta d’identità” dell’accoglienza di ogni città o manifestazione. Un altro luogo dove a volte ho riscontrato questo errore-orrore è in piscina: premesso che a Verona siamo in arretrato in quanto solo un paio di strutture hanno la sedia che viene calata in acqua, e inoltre spogliatoi e docce non sono quasi mai realmente fruibili, ad ogni modo in piscina l’assistenza serve. E invece alcuni pretendono di far pagare l’accompagnatore e solo quello… a questi bisognerebbe dire: “Va bene. Allora entro da sola e mi aiutate voi per quello che manca”. Anzi, con un passaparola lo facciamo tutti. Capirebbero il problema al volo.

3) nessuno dei due. È il caso dei musei e delle mostre che ho nominato prima: il Ministero dei Beni e Attività culturali e Turismo ha stabilito che i musei statali siano gratis per i “cittadini portatori di handicap” e loro accompagnatori, così come per altre categorie di visitatori tra cui i minori di 18 anni, gli studenti e docenti di scuole artistiche, ecc.. Non so bene come si fa a distinguere le istituzioni statali dalle altre, sta di fatto però che questa linea si è estesa alla maggior parte dei musei che ho visitato in Italia, da nord a sud. Questo ha un significato molto importante, perchè dimostra come una direttiva nazionale chiara possa creare un seguito uniforme e trasparente. Riprendendo il discorso del costo, e dei criteri sottostanti, in questi casi la gratuità è dovuta alla funzione sociale dello Stato, che decide di favorire lo spostamento e gli interessi culturali di individui con difficoltà maggiori, per un fine ultimo di aumento di benessere e civiltà di tutti. Qualcuno potrebbe offendersi, vedendo sottintesa in questo una vena di pietismo. Effettivamente in parte è presente, e lo tradisce la parola “handicap” = menomazione (da tempo ho imparato a osservare come vengono usati i termini). Poichè però il risultato a cui si arriva è costruttivo, col tempo sparirà anche quest’ombra negativa.

4) tutti e due.Sarebbe il modo corretto dei posti dove l’accompagnatore non serve, come nell’esempio del cinema che descrivevo sopra. A Copenhaghen, come raccontava un recente articolo su “L’Informatore”, tutti i treni hanno due o tre carrozze allo stesso livello del marciapiede perciò la difficoltà non esiste; il costo può essere uguale per tutti. Anche il diritto lo è. Benissimo. Se però non vi è la condizione di pari accesso, allora la causa è l’ignoranza. Perchè in alcune città l’autobus costa il doppio e ha pedane ripidissime, non si abbassa e non arriva a fermate con marciapiedi sufficientemente larghi e alti? Perchè non lo sanno, o non si sono ancora accorti.

In definitiva, il prezzo per l’accesso delle persone disabili è solo la punta dell’iceberg, sotto la quale stanno attenzione, accoglienza, uguali diritti e maturità civica. È la parte visibile, perciò può essere il punto di partenza per le istituzioni e noi cittadini per uniformare i diritti: servono regole chiare e che, come è successo per i musei, creino un esempio su tutto il territorio nazionale. Cominciamo a cambiare dai biglietti. Per i treni, a quando un buon decreto del Ministero dei Trasporti?

Valentina Bianco