L’ INDENNITÀ DI ACCOMPAGNAMENTO PERCEPITA IN CASO DI RICOVERO OSPEDALIERO

IN DETERMINATE CIRCOSTANZE NON VA RESTITUITA ALL’INPS

Il Tribunale di Verona sconfessa l’INPS che pretendeva la restituzione dell’indennità percepita da una persona disabile che era stata ricoverata in ospedale per un lungo periodo


Com’è noto l’indennità di accompagnamento è concessa ai cittadini italiani o UE residenti in Italia ed ai cittadini extracomunitario in possesso del permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo; occorre essere stati riconosciuti invalidi totali e non essere in grado di deambulare autonomamente o senza l’aiuto di un accompagnatore o di svolgere autonomamente gli atti quotidiani della vita. Per ultimo l’indennità di accompagnamento è revocata o sospesa quando si è ricoverati in istituto con pagamento della retta a carico dello Stato o di Ente pubblico.

Da qualche tempo l’INPS, ente che eroga materialmente questa provvidenza, interpreta quest’ultima vincolo in senso restrittivo. Equipara infatti il ricovero in istituto a quello ospedaliero, ovviamente quando quest’ultimo è a titolo gratuito. In particolare, viene equiparato il ricovero in istituto a quello ospedaliero quando quest’ultimo è superiore ai trenta giorni. Questo supportato anche dal fatto che la Corte di Cassazione ha sentenziato nel 2007 che l’indennità di accompagnamento non è dovuta non solo quando si è ricoverati in istituto, ma anche in ospedale, a condizione che la struttura soddisfi sia le esigenza di tipo sanitario come assistenziali rendendo superflua la presenza dei familiari. La condizione per la sospensione dell’indennità è quindi quella che l’ospedale risponda anche alle esigenze assistenziali e non solo sanitarie.

Sappiamo però che spesso quest’ultima esigenza non sempre viene garantita dal personale ospedaliero, soprattutto quando riguardano persone gravemente disabili, situazione tale da rendere spesso necessario anche il supporto dei familiari.

Recentemente ad un socio del G.A.L.M., che per un grave problema di piaghe da decubito ha subito diversi ricoveri, alcuni dei quali prolungatisi per oltre 30 giorni, l’INPS ha chiesto quindi in restituzione l’indennità percepita in quel periodo, in quanto non dovuta. Il socio del G.A.L.M. in questione, ha provveduto quindi al deposito di un ricorso amministrativo all’INPS stessa, spiegando la situazione e che la presenza quotidiana dei familiari era risultata necessaria per garantire la continuità assistenziale. Tale richiesta è stata rigettata dall’INPS.

A questo punto il nostro socio si è rivolto all’avv. Anna Preto ed ha presentato ricorso avanti il Tribunale di Verona che, esaminata la copiosa documentazione depositata, dopo svariate udienze nel corso delle quali sono state anche assunte delle prove testimoniali, nel giugno del 2016 ha sentenziato accogliendo il ricorso del nostro socio, stabilendo che lo stesso nulla deve restituire all’INPS e condannando l’INPS a rimborsare le spese legali sostenute dal ricorrente.

Occorre precisare, però, che la sentenza ad oggi non è ancora divenuta definitiva e che l’INPS potrebbe impugnarla avanti la Corte d’Appello. Ecco alcuni passaggi della sentenza.


SENTENZA N. 310/2016 PUBBL. IL 16/06/2016 RG N. 1142/2014


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Il ricorso è fondato e deve trovare pertanto accoglimento.

Ad avviso dell’INPS le condizioni di salute del ricorrente non erano tali da richiedere una assistenza ulteriore rispetto a quella assicurata dalle strutture ospedaliere presso le quali (nome e cognome del ricorrente) era stato ricoverato volta per volta.

Si sarebbe trattato infatti non già di una assistenza specifica e/o qualificata di tipo infermieristico, ma di una mera attività di aiuto e sostegno psicologico, espressione entrambe dei doveri di solidarietà di cui agli artt. 143 e ss. c.c.

L’assunto non è condivisibile.

L’art. 1 comma 3 della legge n. 18 del 1980 stabilisce che sono esclusi dall’indennità di accompagnamento gli “invalidi civili gravi ricoverati gratuitamente in istituto”.

L’interrogativo al quale occorre rispondere nel presente giudizio è se il ricovero presso un ospedale pubblico possa costituire l’equivalente del ricovero gratuito in istituto.

È dubbio infatti se il legislatore, nel sancire l’esclusione dall’indennità, abbia inteso significare che l’indennità di accompagnamento non è erogata in caso di “ricovero presso qualsiasi struttura” di cura ovvero se venga meno solo in caso di ricovero presso un “istituto”, vale a dire una struttura in cui, oltre alle cure mediche, venga garantita al paziente totalmente invalido e non autosufficiente (come nella specie è pacifico) una assistenza completa, anche di carattere personale, continuativa ed efficiente in ordine a tutti gli “atti quotidiani della vita” cui l’indennità in parola è destinata a fare fronte, tale da rendere superflua la presenza dei familiari o di terze persone.

In tema di indennità di accompagnamento la Cassazione (Cass. n. 2270 di data 2.2.2007 rv. 594534) ha affermato che “il ricovero presso un ospedale pubblico non costituisce “sic et simpliciter” l’equivalente del ricovero in istituto ai sensi dell’art. 1, comma 3, della legge n. 18 del 1990 – che esclude dall’indennità di accompagnamento gli “invalidi civili gravi ricoverati gratuitamente in istituto” – e, pertanto, il beneficio può spettare all’invalido grave anche durante il ricovero ove si dimostri che le prestazioni assicurate dall’ospedale medesimo non esauriscono tutte le forme di assistenza di cui il paziente necessita per la vita quotidiana”.

Il beneficio dell’indennità di accompagnamento afferma la Cassazione non è quindi dovuto nel caso di ricovero in una struttura che garantisca alla persona totalmente invalida, oltre alle cure di natura medica in senso stretto, anche una assistenza completa di carattere personale continuativa ed efficiente per tutto ciò che attiene agli atti della vita quotidiana, tale da rendere superflua l’assistenza dei familiari.

Dall’istruttoria testimoniale è emerso come vi fossero delle esigenze di cura da parte del (nome e cognome del ricorrente) che le strutture ospedaliere presso cui era ricoverato non riuscivano a soddisfare e alle quali pertanto sopperivano i familiari.

(…)

La presenza dei familiari era pertanto di sollievo sia nelle cure quotidiane sia soprattutto nel fornire un sostegno di tipo psicologico altrettanto importante di quello che potevano garantire le cure.

Una assistenza di questo genere non era di certo garantita nelle strutture ospedaliere pubbliche presso cui (nome e cognome del ricorrente) è rimasto ricoverato, non potendo tali strutture garantire standard di trattamento tali da rendere non necessaria la presenza dei familiari. Non rileva il fatto che le cure che i familiari potevano approntare erano più di aiuto e sostegno psicologico che non di tipo infermieristico in senso stretto. La disposizione di legge in esame non esclude che anche cure di tale genere siano quelle di cui la persona necessita e che consentono di fruire del beneficio di legge anche durante i ricoveri in istituto.

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(Nome e cognome del ricorrente) non è tenuto di conseguenza a restituire la somma di € (omissis) richiestagli dall’INPS. Le spese di lite seguono la soccombenza dell’INPS e sono liquidate come da dispositivo.

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