QUEI 40 CENTIMETRI DI DIFFERENZA

di Valentina Bianco

Da persona intraprendente e impegnata come sono, mi trovo a stare in mezzo a varie persone; a volte le conosco da tempo, altre volte le ho incontrate di recente oppure per caso. Non mi domando mai cosa gli altri pensino di me, per un’abitudine che fa parte del mio carattere, la stessa per cui ho attaccato pochi specchi in casa e non bado molto a come sono vestita. Le apparenze per me non sono mai state importanti, non so se sia giusto o sbagliato ma sono fatta così.

Fosse per me, questo articolo finirebbe in questo punto.

C’è però di mezzo mia figlia, che da quest’anno frequenta la I media in una scuola nuova, con compagni diversi e nuovi genitori dei compagni. Poichè le idee degli adulti influenzano i figli e di conseguenza il modo in cui questi si comportano con i loro amici, mi sono trovata costretta a domandarmi cosa pensa la gente di me.

Come sono io, persona disabile, agli occhi degli altri? Ancora molti associano la carrozzina ad una sofferenza, come se si dovesse piangere quotidianamente sul latte versato. Non è così: la vita continua. E ancora altri, con ingenuità o con ignoranza, credono che chi è disabile sia incapace di fare, di essere autonomo, di agire ma anche -ed è grave- di parlare, di decidere, di avere una dignità propria. Quante volte è successo che un commesso rivolga la parola alla persona che  è con me, temendo forse che io non sappia rispondere? Eppure direi che la lingua non mi manca!

4 editoriale

A queste persone che mi guardano come un animale strano voglio chiedere: credete davvero che io sia diversa? Prima del fatale incidente ero alta 1.68, indossavo i jeans ed ero molto dinamica. Adesso sono ancora dinamica, ancora indosso jeans ma sono alta 1.28. Dal “prima”, ci sono 40 cm di differenza, la misura è questa. In questi centimetri la gente, quando è miope, vede solo il limite e non va oltre l’aspetto esterno. Non comprende invece quanto sia grande e profonda la ricchezza che è contenuta nella diversità.

Infatti ogni giorno io, come tutti i miei colleghi, mi trovo ad affrontare una quantità di difficoltà e imprevisti che mi mettono al livello, come abilità, di un ingegnere o un medico chirurgo o un dirigente d’azienda, niente di meno. Superando gli ostacoli ho sviluppato una notevole capacità di adattamento, quella che gli psicologi chiamano “problem solving”, grazie alla quale sono preparata ai cambiamenti che nella vita si succedono inevitabilmente. Osservando la storia del mondo ha scritto Charles Darwin, “Non è la specie più forte a sopravvivere, e nemmeno la più intelligente, ma quella che risponde meglio al cambiamento”.

Non si può dire “poveretto” ad una persona che ha affrontato con successo le difficoltà della vita e non si è arresa. Come fare allora per convincere questa gente di corte vedute?

Secondo me esistono almeno tre strade: con la religione, con la “forza” e con l’esempio. Si potrebbe ad esempio citare il Vangelo, quando Gesù dice: “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata testata d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”(Matteo 21,42).  E ancora, nel famoso discorso delle beatitudini Gesù definisce beati i miti, i costruttori di pace, i puri di cuore, ecc. Il problema…è che noi abbiamo capito male: invece di beati capiamo beoti! (da: Un cambio di vocale da Claudio Imprudente)

Oppure si può usare la forza -d’animo-!, imponendo con ferma dolcezza frasi ad effetto, come: “Che fortuna per mia figlia avere una mamma handicappata!” oppure “Meno male che ho la testa sulle gambe”.

Sopra ogni cosa c’è l’esempio di una vita vissuta intensamente, con la consapevolezza che niente è eterno e che le cose veramente importanti le abbiamo vicino a noi. Sono i figli, la famiglia, gli amici il lavoro, i nostri interessi…a cui dedicare le nostre energie.

Tutta questa ricchezza di esperienza è dietro una carrozzina, è un tesoro trasportato su ruote. È il risultato di quei 40 centimetri.

Certo che ci sono delle difficoltà e tanti problemi, non lo nego, ma chi è che non ne ha e magari anche di più gravi?

Tornando alla classe di mia figlia, è successo un fatto emblematico: a inizio dell’anno una madre ha chiesto all’assemblea di classe di avere un atteggiamento di riguardo nei confronti di suo figlio, spiegando che da piccolo è stato adottato e prima aveva subìto dei traumi. Il risultato è stato pessimo: i compagni di scuola alla ennesima occasione in cui il ragazzino si è comportato male hanno cominciato a prenderlo in giro, etichettandolo “stupido Russo adottato”. La colpa purtroppo è di sua madre, che senza saperlo ha spianato la strada del disprezzo.

In conclusione, io insisto e voglio dichiarare: “Care mamme, signore e signori, non trattate mia figlia diversamente. Ha avuto le stesse cose degli altri, anche meglio. La carrozzina non è una malattia contagiosa. Provate a vedere attraverso le ruote, perchè c’è una testa e un cuore che funzionano più degli altri; provate e forse scoprirete che in questa posizione differente e svantaggiata ci sono un coraggio e una forza vitale da imparare, e questi sì che sono contagiosi!”.

 

Valentina Bianco