a cura di Valeria Sani

Vincenti, che titolo. Certo, parlando di “quelli del rugby sulle ruote“, quale altro avrebbero potuto scegliere Elena Barbini, fotografa di fama in campo sportivo – rugby soprattutto – e Giorgio Sbrocco, voce dei volti e delle braccia dei protagonisti delle foto. Vincenti, loro, il risultato finale, ma partendo da ingredienti di assoluta qualità. Vediamo insieme la loro ricetta.

Un pizzico di Claudio Da Ponte, immuno-ematologo e team manager della squadra, che frequenta le cellule staminali e il terapie genetiche come noi facciamo con l’interruttore della luce o lo spazzolino da denti tre volte al giorno, cioè con assoluta dimestichezza e regolarità, ricavandone risultati eccellenti che vengono applicati all’incessante tentativo di migliorare le funzioni neurologiche e motorie dei suoi giocatori: Da Ponte si dice convinto che “il libro rappresenti un grande contributo a tutti gli sforzi che la scienza medica sta attuando in ambito sperimentale, un modello positivo di come sia possibile superare una condizione di estremo svantaggio dando gran parte di se stessi in un impegno sportivo di grande intensità agonistica”.

È un manifesto programmatico, un valore da comunicare, dice lui, a coloro che si abbattono (non senza ragioni) dopo una infortunio, una malattia, una amputazione, quelli che non ce la fanno ad uscire dal buco nero.

Una vitalissima “terapia d’urto, che spinge il gruppo, nella rudezza dello scontro sportivo, verso la meta, la vittoria”.

Si prende poi un cucchiaino di Luca Pancalli, che nella veste di presidente del Comitato Paralimpico Italiano, sa bene che “lo sport è agonismo ma anche e soprattutto straordinario pretesto di aggregazione, momento di confronto e di crescita e che il rugby – per certe sue caratteristiche peculiari – può rappresentare lo specchio della società in cui viviamo, per tutti i messaggi positivi che da sempre è in grado di lanciare”, ovvero Pancalli sparge il suo ottimismo e le sue legittime aspettative proprio come si fa con lo zucchero sulla torta finita…

Così anche due belle gocce di psicologia, come le mescola sapientemente Gina Cavalieri, dello staff della Nazionale Italiana Rugby in carrozzina, servono ad esaltare il sapore e l’odore della vittoria: ovvero si vince, si combatte per vincere anche usando la resilienza, che è “funzione psichica alla base della capacità di far fronte in maniera positiva ad eventi traumatici, di riorganizzare la propria vita dinanzi alle difficoltà… La capacità di ricostruirsi, restando sensibili alle opportunità positive che la vita offre”.

Certo, per molti, non sempre per tutti… e allora Sandrino Porru, presidente della Federazione Italiana Sport Paralimpici e Sperimentali dispone su un piatto d’argento le due motivazioni per le quali questa disciplina è altamente formativa e al tempo stesso spettacolare: la pratica quasi ‘specialisticamente‘ adatta a giovani atleti con tetraplegia e/o gravi limitazioni agli arti superiori, e “l’esaltazione della bellezza di tutto lo sport paralimpico, lo stimolo ai giocatori a compiere gesti atletici degni del titolo di Campione, facendo dimenticare l’aspetto della disabilità”.

Insomma, una ghiottissima presentazione per questo libro di storie e immagini, nel quale ognuno dei protagonisti ci offre la sua faccia, spesso tirata nello spasimo del gesto atletico, i suoi muscoli tesi al massimo nello sforzo del gioco, le carrozzine – molto più che accessori – ognuna mai uguale all’altra a sottolineare le caratteristiche, le diversità, le prerogative speciali e personali di chi le adopera.

Storia di Vladimiro Querci Della Rovere, che si definisce ‘un uomo fortunato‘ ancorchè un’auto lo abbia falciato via dalla sua moto giusto sei anni fa, interrompendo un lavoro dove era stimato, molti hobby non scontati (era, tra le altre, buon fotografo subacqueo). La fortuna lo lascia vivo seppure addirittura con nuovi connotati (più belli, dice lui) dopo il grave trauma facciale, poi incontra una fisioterapista tostissima specialista in tetraplegia in un centro di riabilitazione dove in teoria facevano altro, la ditta gli conserva il lavoro così la moglie può lasciare il suo e prendere in mano le redini della famiglia nel momento più duro del dopo incidente, e a scalare, ultimo ma tra i migliori, l’incontro con i ragazzi in carrozzina: insomma ascoltarlo quasi ti convince che se non ci fosse stato quell’investimento… ma dai, altro che resilienza, che forza questo Vladimiro!

La parte dell’uomo nero invece la fa Alberto, 26 anni, nero fuori ma dentro la tenerezza del bambino di due anni che sopravvive al nonno e alla nonna in un terribile scontro tra auto. Alberto la comunica quando parla della moglie Jessica, o quando racconta di aver finito la scuola superiore per far contenta la mamma. Poi si ricorda del nero con cui veste, così capisci perché ne parlano nel libro che si intitola Vincenti: prima del rugby, e dopo anni nei quali quel che riusciva a muovere era solo la testa, c’è una lunga scia di sfide, personali e sportive, tutte vissute con appassionata tenacia e fierezza. Dice di sé di non sapere se vorrebbe rimettersi in piedi….

Di Nicolas, che dal 1991 combatte con la Sindrome di Escobar con altri sparuti compagni (venti nel mondo come lui, nacquero in quell’anno, si tratta di una malattia genetica molto rara che può essere ereditaria caratterizzata da contratture multiple delle articolazioni, malformazioni delle dita e della pelle, statura bassa, malformazioni vertebrali ed oculari), fa impressione la veemenza del vissuto agonistico, il calore (accalorato è aggettivo che lo descrive bene quando ti racconta le sue esperienze, e a tal proposito, non nominategli le donne-arbitro!!) con cui fissa tappa dopo tappa le circostanze che lo hanno portato all’eccellenza della squadra Vincente.

Impossibile riportare le storie di tutti, perché il libro è bellissimo e appassionante, e vale mille volte il piacere di leggerlo, ma è giusto ricordare il nome di ciascuno di loro, Davide, Paolo, Stefano, Alen, Nicolò, Paolo, Vladimiro, Rufo, Massimo, Alberto, Nicolas, Massimo, Giuseppe, Mattia, Antonio, Carlo, Stefano, Paolo, Ahmed e Alvise. Magari, fateci sapere dopo la lettura chi avete sentito più vicino.

Buona lettura.