Nell’autunno scorso il Gruppo Donne Galm ha raggiunto un importante traguardo: i 20 anni dalla sua costituzione. Riteniamo doveroso rendere il dovuto omaggio a questo operoso gruppo pubblicando anche qui sul ns sito, gli articoli che ne hanno celebrato la ricorrenza anche sul nostro L’Informatore.
Sono una terapista della prima ora.
Era il 1989 quando il dottor Salvi mi assunse per contribuire alla nascita dell’Unità Spinale dell’ospedale Sacro Cuore di Negrar. La Scuola per Terapisti della Riabilitazione mi aveva segnalata per la mia esperienza in un centro specializzato per lesionati midollari a Bad Häring, in Austria. Fu lì che avvenne una trasformazione profonda in me. Ero ancora una ragazza, inconsapevole del vero valore della vita. In quel centro vidi giovani ai quali un incidente o una malattia aveva strappato l’uso degli arti.
I pazienti e i terapisti mi insegnarono il significato dell’autonomia, della dignità, e che la vita può essere piena e degna anche in presenza di gravi menomazioni. Mi accolsero con sorrisi e allegria, in un mondo che prima mi spaventava e mi metteva a disagio. Dopo le intense giornate di lavoro, si usciva insieme: al lago, al ristorante… e io imparavo.
Questo “stile” lo portai anche a Negrar. Ricordo i venerdì alla pizzeria Il Porton, le serate ai concerti in Arena o allo stadio, le uscite in piscina, le passeggiate in città con Eugenio Marchesini.
Volevo dimostrare ai pazienti che si può vivere e affrontare il mondo anche in carrozzina. E che farlo prima in un contesto protetto li avrebbe aiutati a superare i blocchi una volta soli. Il trattamento riservato alle donne non era diverso da quello degli uomini: l’obiettivo era sempre lo stesso—raggiungere la massima autonomia possibile. Si lavorava su mobilizzazioni, rinforzo muscolare, equilibrio, trasferimenti dalla e sulla carrozzina, e si insegnava ad affrontare salite, discese, scalini, marciapiedi. L’unica attività che seguivo più da vicino con le donne era il trasferimento sul water e la gestione del pannolone.
All’epoca non si usavano ancora i cateterismi; le ragazze praticavano le battiture sovrapubiche. Le donne erano, e sono tuttora, in numero inferiore rispetto agli uomini. Pare si facciano meno male.
Durante gli anni all’Unità Spinale ho trattato poche donne, ma tutte le ricordo con affetto. Tra loro, Michela è quella con cui ho potuto esprimere al massimo le mie competenze. La conobbi il primo giorno dopo le vacanze all’isola d’Elba. Il dottor Salvi me la presentò dicendo che era una ragazza forte, e che il suo carattere l’avrebbe aiutata ad affrontare ciò che le era successo. Non le disse che non avrebbe più camminato, ma lei capì tutto. Mi chiese, disperata, cosa intendesse il medico, e aggiunse che un medico non dovrebbe mai abbattere i pazienti. Non me la sentii di dirle la verità – non era nemmeno il mio compito – e le dissi: “Mah… forse ti rimarranno le stampelle.” Non l’avessi mai detto! Michela sbottò con la sua voce squillante: “Io non posso avere le stampelle, devo sposarmi con l’abito bianco!” Ovviò poi il problema andando a convivere. Da subito dimostrò grande impegno e adesione alle terapie. Voleva tornare a fare tutto ciò che faceva prima. Partecipammo a numerosi corsi di sci con amici altoatesini e tedeschi. Era negata, ma si divertiva così tanto che ha perseverato per anni. E di risate ne abbiamo fatte tante. Voleva anche andare al mare, ma era inverno. Così la accompagnai sul Mar Rosso. Ridiamo ancora al ricordo degli steward egiziani che la sbatterono sul soffitto per trasferirla, o dei passeggeri che ci insultarono convinti che avessimo rubato loro il posto. Inutili le spiegazioni, inutile dire loro che eravamo lì perché Michela era disabile, loro le dissero: “Con quella faccia li figurati se sei disabile!” Alle spiegazioni e scuse dello steward morirono di vergogna e si profusero in scuse accolte dal sempre presente sorriso di Michela. Abbiamo provato molti sport: anche la vela, che però non stimolava il suo ancora sopito spirito agonistico. Alla fine si dedicò anima e corpo al tennis tavolo, dove ha brillato, diventando una campionessa paralimpica. Ai primi allenamenti in Sicilia l’accompagnai: le serviva l’auto adattata e doveva affrontare il traghetto. Abbiamo vissuto tante avventure, e riso tanto. Sono anche stata criticata perché non spingevo Michela… ma la dignità dove la mettevano? Io c’ero ma solo nell’effettivo bisogno. Oggi Michela è completamente autonoma e gira il mondo, senza fisioterapiste al seguito. Io ora sono solo un’amica.

TESTIMONIANZA DONNA GALM: CATERINA
Sono Caterina, una ragazza a cui è stato fatto un intervento al cuore che purtroppo ha generato un embolo che si è fermato nella colonna vertebrale causandomi la paralisi parziale delle gambe.
Dal 2022 lavoro per l’Agenzia delle entrate, prima nella sede di Treviso mia città natale, dal 2024 invece nella sede di Verona dove mi sono trasferita per convivere con il mio compagno. Non ho mai praticato nessuno sport e non mi sono mai confrontata con la realtà della disabilità, ma ho intrapreso il volontariato all’Interno del Galm all’ospedale di Negrar e nella sede di Pedemonte.
Un anno fa circa ho espresso la volontà di provare a fare uno sport e grazie alla nostra associazione che aveva fatto un Open day durante l’estate ho scelto di praticare tiro con l’arco alla scuola degli Arcieri del Cangrande, che come associazione sportiva ha la sezione paralimpica. Da novembre ad oggi sono riuscita a imparare a tirare e il 28 settembre scorso ho partecipato alla mia prima gara da arciere arrivando seconda. Una grande soddisfazione, un risultato di cui vado fiera!


Bi

