Sul nostro “L’Informatore”, la socia Valeria Ghidoli, cura una rubrica dedicata alle testimonianze di lavoro e di vita, intervistando soci e non che accettano di raccontare la propria personale esperienza che, senza pretesa alcuna, potrebbe essere di spunto per altri.
L’articolo qui sotto è stato appunto ripreso da una edizione passata del nostro giornalino.
Continuano i racconti delle esperienze lavorative dei nostri associati.
La persona con disabilità deve imparare a mettersi in gioco, pretendendo i propri diritti ma consapevole dei doveri di cittadino e lavoratore.
Ho conosciuto Claudia all’ospedale di Negrar, durante l’attività di Sportello Galm.
Mi aveva colpito per il suo sorriso, che in quella situazione così difficile illuminava comunque il suo viso. Abbiamo continuato a sentirci, e così le ho chiesto questa intervista. So che ha un lavoro importante, in una banca, e che all’uscita dall’ospedale ha dovuto affrontare molte difficoltà, fisiche e pratiche, come tutti noi che ci siamo ritrovati la vita sconvolta da una lesione midollare. Per lei anche di più.
Ma andiamo con ordine.
Claudia, raccontami di quando sei tornata al lavoro e hai ripreso le tue giornate.
Dopo il ricovero ho ripreso il lavoro che avevo prima: è un lavoro impiegatizio che non richiede fisicità, perciò ho potuto mantenerlo. Già da prima la Banca mi permetteva il lavoro in smart working un paio di volte la settimana, ma ora l’ho esteso a tutta la settimana.
Il mio ufficio è sparso in tutta Italia e questa per me è una fortuna. Infatti per me è comodo, perché mi permette di assolvere le mie esigenze personali, e qualitativamente è uguale a prima.
Posso stare in casa, ma lavorando, e questo mi ha permesso la ripresa di una routine normale.
Cosa ti sembra importante del lavoro?
l lavoro ti tiene ancorato perché ti dà ritmi che scandiscono la tua quotidianità, ti obbliga a mantenere una tabella di marcia.
Una cosa curiosa è stata l’approccio con l’assistenza, con le assistenti personali: loro di solito sono abituate a persone anziane che non hanno obblighi lavorativi, e spiegare che comunque invece io devo seguire una routine le ha spiazzate, ha rischiato di destabilizzarle. Devo continuamente rimarcarlo.
Come va con i colleghi?
Loro sono stati molto carini, sempre presenti. Alcuni colleghi di Torino sono addirittura venuti a trovarmi. Anche il mio capo. Qualcuno si è stupito perché ero sparita improvvisamente, si sono fatti delle domande; e se le sono fatte anche quando sono tornata in una situazione difficile.
Loro tante cose le imparano da me: la necessità di definire e rispettare orari, lunghezza delle riunioni… Il mio capo stava ristrutturando casa sua e ha tenuto conto della mia storia per evitare di creare delle barriere architettoniche che in futuro potrebbero magari creargli dei problemi.
Sì, quando si conosce qualcuno che come noi ha una fisicità “modificata”, si ragiona diversamente.
La maggior parte dei miei colleghi sono più giovani di me, ma hanno tanta maturità: sanno quando scherzo! Io faccio dell’autoironia, ad esempio se si parla delle iniziative per l’inclusione, magari faccio dei riferimenti a me stessa e li provoco.
Non si vive per lavorare, ma si lavora per vivere, però è importante il lavoro!
Certo, è un sostegno economico indispensabile, perché la pensione sarebbe troppo poco per mantenere una buona qualità di vita. Trovo che il welfare sia veramente importante, ma…
Ma?
Mi ha stranito che tra gli scenari che ti prospettano per normalità, non c’è mai l’idea del lavoro, ma solo qualcosa di più ludico… sociale… ma la socialità normalmente la trascorri anche più in ufficio che fuori. L’ufficio è un po’ come una famiglia: come i familiari non li scegli, così neanche i tuoi colleghi. Nonostante questo, il tuo umore impatta molto sugli altri. Riprendere la vita è modellarti su una vita “normale”. Questo è un aspetto molto importante!
Invece si fa prima a pensare che magari sia più importante fare sport…
Hai raccontato ai colleghi delle tue difficoltà?
No, non mi è mai capitato che ci che mi chiedano che difficoltà ho.
Sul lavoro lavori, anche se hai buoni rapporti non è obbligatorio andare nel profondo. In realtà, quando torni tutto è una sfida. Il mio è un lavoro di testa, di attenzione, da affrontare globalmente.
La vita sociale non è solo attività extra lavorativa; è la qualità della vita ordinaria, quello che conta. Io ho dovuto cambiare tutto: città, casa, ho dovuto allentare legami affettivi e sociali perché ho cambiato vita. All’inizio è stato traumatico, perché a Milano ci vivevo da 25 anni, e uscendo dall’ospedale non ho mai più potuto tornare a casa mia, a causa dell’ascensore che non era sufficientemente ampio per la carrozzina. Per fortuna qui ho un fratello che è presente, sia dal punto di vista pratico che dal punto di vista affettivo, e anche economico: lui è uno che cerca la soluzione, è attivo, propone e mi coinvolge molto!
Prima avevo la mia vita indipendente… ora faccio riferimento a lui che però mi fornisce scambio di idee e aiuto anche per gli ausili, che dobbiamo modellare su di me. Quando “scalpito”, mi fa vedere da dove siamo partiti: c’era da cercare una casa senza barriere in affitto, bisognava trovare persone che seguissero solo me… diversamente da quando ero in ospedale. Sono passata dalla libertà che avevo prima, alle limitazioni dell’ospedale, poi piano piano a casa ho risalito la china.
Eh lo so, l’indipendenza, l’autonomia, è la meta ambita da tutti noi
Io lavoro nella direzione centrale di Intesa Sanpaolo, e mi occupo di privacy. Ho contatti con vari uffici della banca, che non è radicata solo a Milano. Sono in ufficio con colleghi di Milano, ma anche di Torino, Roma, Arezzo, Jesi, lavoro in un team di 15 persone. Quindi noi per forza ci sentiamo da remoto per scambi istituzionali, sia personali, e spesso anche amichevoli. Si tratta di una società estesa anche internazionalmente. A me piace anche che il mio lavoro sia in relazione anche con altre banche che stanno all’estero, ad esempio sia con l’Europa che con New York o Dubai.
Come fai a gestire le conversazioni di lavoro?
Questo lavoro mi piace, e posso gestirmelo anche in questa situazione. Uso molta cordialità ma non necessariamente confidenza. È un rapporto di lavoro.
Sì, qualcuno mi ha chiesto dove ero finita. Come mai che ero sparita, perché non ero più tornata nel palazzo di Milano eccetera. Ma non ho dato spiegazioni più di tanto. Non è necessario, almeno nel lavoro sono tornata com’ero prima.
Complimenti! -le dico- Sono molto ammirata.


