La persona con disabilità deve imparare a mettersi in gioco, pretendendo i propri diritti ma consapevole dei doveri di cittadino e lavoratore.

Gianvito è un uomo ancora giovane – almeno rispetto a me – perché ha 51 anni. Scherziamo sul fatto che la “sfiga” quando arriva in un’età più avanzata (come è successo a me) ci trova più in difficoltà nel recupero. Mi racconta che ha due figli: Davide, di 17 anni, e Giulia, di 11.

Parliamo ora di lavoro, Gianvito, dove lavori?

Lavoro in Fondazione Cariverona, che non è una banca: non abbiamo conti correnti, polizze o sportelli. La Fondazione gestisce il patrimonio dell’ex Cassa di Risparmio di Verona, Vicenza, Belluno e Ancona e utilizza le rendite di questo patrimonio per sostenere progetti di interesse pubblico e sociale, soprattutto attraverso enti del Terzo settore ed enti pubblici.

Anche al Galm?

Sì, anni fa anche al Galm. Nel tempo però il modo di operare della Fondazione è cambiato molto, così come la quantità delle risorse disponibili. In passato c’era un unico grande bando, con una scadenza annuale, che raccoglieva molte richieste. Grazie a una maggiore disponibilità di fondi si riusciva comunque a sostenere diverse progettualità. Negli anni più recenti, invece, la Fondazione ha scelto di strutturare meglio gli strumenti: oggi ci sono bandi tematici, più mirati, pensati per affrontare bisogni specifici e stimolare progetti più solidi e innovativi.

È un lavoro particolare!

Sì, è un lavoro molto settoriale. Prima ero libero professionista e lavoravo per una società che mi portava spesso in giro per l’Italia, soprattutto al Centro e al Sud. Abitavo vicino a Roma e facevo tantissima strada. Quando mi sono sposato, ho cercato qualcosa di più vicino a casa. Ora Lavoro in Fondazione dal 2003 e negli ultimi tre anni mi occupo di monitoraggio e valutazione dei progetti finanziati dalla Fondazione.

Cosa significa?

Significa seguire i progetti nel tempo e capire se stanno andando nella direzione giusta. Non si tratta solo di controllare se le attività vengono svolte, ma di valutare che tipo di cambiamento producono sul territorio: quali bisogni intercettano, che risposte danno, quali benefici portano alle persone e alle comunità coinvolte. Il monitoraggio serve anche alla Fondazione per migliorare il proprio lavoro: aiuta a capire cosa funziona e cosa no, se i bandi sono strumenti efficaci e se vanno modificati. In questo senso non è solo un controllo, ma uno strumento di apprendimento.

Chi è che partecipa ai bandi?

Partecipano enti del Terzo settore ed enti pubblici che hanno i requisiti richiesti dai bandi. Non è una partecipazione aperta a chiunque: le organizzazioni devono essere coerenti con gli obiettivi del bando, avere una struttura minima e una capacità di gestione adeguata. Spesso sono enti già abbastanza organizzati, ma negli ultimi anni la Fondazione sta cercando di coinvolgere anche realtà che lavorano in rete, che collaborano tra loro e che sperimentano nuove modalità di intervento.

Quindi cambiano le metodologie di analisi…

Sì. Oggi non si guarda solo se un progetto ha prodotto risultati immediati, ma anche che impatto ha nel medio periodo. Questo significa raccogliere dati, parlare con i beneficiari, capire se quello che è stato fatto lascia qualcosa anche dopo la fine del finanziamento. Per questo cambiano anche le domande che vengono fatte nei bandi: servono a stimolare gli enti a ragionare di più sugli obiettivi, sulle risorse attivate e sugli effetti reali delle loro azioni.

Gianvito mi parla con entusiasmo dei nuovi bandi triennali, del lavoro delle Commissioni e del tentativo continuo di migliorare il modo in cui la Fondazione opera.

Interessante quindi la concessione di un finanziamento richiede molto lavoro dietro le quinte

Certo! C’è tanto lavoro: in Fondazione non si decide anno per anno in modo scollegato. Il lavoro parte da una programmazione triennale, che serve a definire le priorità e gli obiettivi su cui concentrarsi nei tre anni successivi.
Questa programmazione nasce da un lavoro interno: il Consiglio Generale e le Commissioni analizzano quello che è stato fatto in precedenza, leggono i bisogni dei territori e cercano di capire dove ha più senso investire le risorse.
Una volta definito questo quadro triennale, ogni anno viene fatta una programmazione annuale che traduce quelle scelte in bandi concreti, risorse e strumenti operativi. In questo modo i bandi non nascono per caso, ma sono coerenti con una visione più ampia e con gli obiettivi che la Fondazione si è data nel tempo.

A questo punto vorrei sapere qualcosa di più di te, Gianvito: dove abiti?

Abito a Villafranca. Quando lavoravo per la Progeo avevo anche una casa in affitto vicino a Roma, perché il lavoro era concentrato lì. Questo comportava molti spostamenti: trasferte in tutta Italia e, circa una volta al mese, viaggi tra Villafranca e Roma. Dopo il matrimonio ho lasciato la casa di Roma e ho cercato una situazione più vicina a casa.

Dal punto di vista lavorativo come è stato il cambiamento?

Qui ho trovato stimoli diversi: prima ero a contatto con persone come me, potevo consigliarli e il rapporto era paritario. Adesso invece arrivando in ufficio devi cercare di inserirti in una struttura gerarchica… Però qui si crea qualcosa di nuovo ogni anno: ho visto realizzarsi centinaia di progetti di iniziative importanti dal punto di vista umano! Mi rendo conto quanto è utile, soprattutto per i ragazzi giovani: noi crediamo nella loro forza.  Quest’anno la Fondazione ha avviato il Young Advisory Board, un gruppo di giovani tra i 18 e i 24 anni che affianca la Fondazione portando punti di vista nuovi. Non si tratta di un ruolo decisionale, ma di uno spazio di confronto: i giovani aiutano a leggere meglio i bisogni emergenti, danno feedback sui bandi e contribuiscono a migliorare il modo in cui la Fondazione dialoga con il territorio. È un modo concreto per aprirsi di più alle nuove generazioni e integrare le loro idee nella programmazione.

Quindi avete una prospettiva futura.

Sì la prospettiva futura è molto importante: bisogna essere in ascolto aprirsi al territorio, è un’azione trasformativa, non statica. Sento molto entusiasmo nella voce di Gianvito e lui me lo conferma. Sì è stancante, perché la metodologia cambia continuamente, bisogna aggiornarsi e imparare, ma questo è molto arricchente.

Dal punto di vista psicologico, però, è stato un bel cambiamento rispetto prima, come tipo di lavoro…

In effetti… Prima parlavo con persone a cui era appena successo e vivevo le loro angosce, vedevo il rischio di ritiro di queste persone…Io ho avuto l’incidente a 19 anni, ma ne ho fatte di tutti i colori – sorride.  Andando avanti con l’età i tempi diventano più lunghi e si fa fatica a riprendersi.

Ne so qualcosa…

Poi Gianvito mi racconta la sua vita quotidiana. Mi alzo alle 6, si va al lavoro, ci sono i figli da seguire, la cena da preparare, non si finisce mai!

Gianvito mi parla un po’ dei suoi figli, Giulia in prima media è una ragazza tranquilla e Davide è in quarta Liceo.

Per me è importante il lavoro: nel lavoro fai parte di qualcosa, è stimolante, dai il tuo contributo alla società!

Certo, ho i miei limiti, i miei problemi ma mi sento come gli altri: il lavoro è fondamentale per la nostra personalità. Mi reputo fortunato anche per il tipo di lavoro che ho. Inoltre, ti confronti con i colleghi e quello che fai serve a qualcun altro… Infine, non è da poco: è uno stipendio che ti permette di vivere meglio rispetto alla sola pensione di invalidità!

Concludiamo scherzando sui miseri aumenti della pensione di invalidità e dell’assegno di accompagnamento, ma questa è un’altra storia!