Sul nostro “L’Informatore”, la socia Valeria Ghidoli, cura una rubrica dedicata alle testimonianze di lavoro e di vita, intervistando soci e non che accettano di raccontare la propria personale esperienza che, senza pretesa alcuna, potrebbe essere di spunto per altri.
L’articolo qui sotto è stato appunto ripreso da una edizione passata del nostro giornalino.
Continuano i racconti delle esperienze lavorative dei nostri associati.
La persona con disabilità deve imparare a mettersi in gioco, pretendendo i propri diritti ma consapevole dei doveri di cittadino e lavoratore.
Rodolfo è un disability manager. Sul suo sito si legge: “Architetto, disability manager, scrittore e attivista. Impegnato nella progettazione inclusiva e nell’abbattimento delle barriere architettoniche. Coniuga estetica, funzionalità e accessibilità per creare spazi che rispettano la diversità e promuovono l’autonomia di ogni persona. Il suo lavoro è guidato da una visione etica e innovativa dell’architettura, dove ogni dettaglio è pensato per essere vissuto da tutti”.
Buongiorno Rodolfo, vedo che sei molto impegnato in questo campo. Mi spieghi in cosa consiste il tuo lavoro? Questa figura del Disability Manager è obbligatoria nelle Unità Spinali?
Il disability manager è un dirigente che ha il compito di gestire l’accessibilità in ambito fisico, edilizio/urbano e digitale: questa figura è prevista nelle aziende ed è responsabile dell’inserimento lavorativo. Ma non è ancora né citata né normata.
Ho visto che nell’ospedale di Livenza c’è questa figura; ho visto anche che tu hai progettato gli spazi in maniera che siano accessibili e anche belli! Trovo che sia molto importante curare l’estetica negli ospedali e nei luoghi di lavoro.
Sì, ma non è stato semplice. Ho 35 anni di attività professionale alle spalle, e in effetti sono stato ricoverato a Livenza. E questa figura l’ho introdotta io: il disability manager è una figura di facilitazione, nell’ospedale dà un supporto di carattere tecnico, pratico e amministrativo alla persona disabile e alla sua famiglia.
Nel mio caso specifico ho effettuato anche un adattamento ambientale. Comunque i pazienti hanno bisogno di un’azione di ricostruzione della loro nuova vita personale, anche a partire per esempio dalla patente. Spesso c’è una difficoltà nell’azione diretta che la famiglia o la persona deve fare per riprendersi la sua vita. Il disability manager è una competenza inserita in una professionalità: può essere ad esempio un avvocato, o un insegnante, che attraverso un percorso formativo dedicato acquisisce delle competenze e le sviluppa nel proprio ambito.
Tu sei architetto?
Sì, ho fatto un percorso formativo dedicato, in un’ottica multidisciplinare: ad esempio le psicologhe mi spiegavano la struttura familiare dei pazienti, per cui tu sai che c’è qualcuno accanto a lui/lei, sai chi, nell’ambito della famiglia, è il più vicino alla persona disabile, quello su cui puoi contare.
Questa mia formazione e l’esperienza di 35 anni mi hanno permesso di capire, di identificare le difficoltà delle persone anche solo dal modo in cui si muovono, dal loro linguaggio del corpo. Il mondo della disabilità è complesso e variegato. Bisogna valorizzare le persone indipendentemente dalla loro fisicità. C’è la tendenza di credere che la persona disabile sia più competente nell’ambito della disabilità di una persona che disabile non è, ma non è detto. E comunque la disabilità non basta.
In che senso?
Molte amministrazioni comunali nominano come disability manager persone in carrozzina, ma solo perché sono in carrozzina: questo comporta che si cerchi soltanto una competenza posturale e si trascurino altri aspetti. È una visione pietistica della persona disabile.
Ma è vero che questa figura è stata inventata da te?
In effetti nel 2011 ho fondato S.I.Di.Ma, che svolge attività di ricerca e formazione con varie università, con le quali è stato stilato un protocollo d’Intesa. Ci sono varie formazioni e anche master di primo di primo livello. Nel 2019 ho fondato A.I. Di.Ma, associazione che svolge attività di “albo” dei disability manager formati, e fa riferimento alla normativa delle figure professionali che hanno acquisito competenze. Io sono presidente di entrambi.
Curi anche una collana di libri
Successivamente ho fondato la collana “Per una nuova cultura della disabilità”, che ne parlano in modo specifico; sono dei testi con una visione ampia e riguardano qualsiasi tipo di disabilità. Per fare cultura… Il primo volume si intitola “La disabilità: la storia, il linguaggio, la condizione, la convenzione Onu”. A questo lavoro sono seguiti i Quattro Quaderni “L’equazione delle Quattro A”: “Accessibilità”, “Autonomia”, “Assistenza”, “Ausili”. Ho pubblicato anche il “Manifesto del Disability manager”
Presenti questi libri come “L’equazione delle 4 A”, è un titolo che ha qualcosa di… matematico! Cosa facevi prima di essere disability manager?
Prima della laurea ho conseguito il diploma di perito industriale, perciò ho una preparazione e una mentalità tecnica. Questo ha costituito la base del mio sapere e del mio approccio al mondo: alla tecnica poi si associa la creatività. Ho lavorato prima per me stesso, ma poi ho alle spalle anche dei brevetti.
Dei brevetti? Di che tipo?
Ognuno di noi trova delle strategie per far fronte ai problemi che ci troviamo ad affrontare quotidianamente. Ho sempre detto di me: “io sono un sarto”. Trovo soluzioni personalizzate. La progettazione è indispensabile, e nel nostro caso si tratta di una progettazione sartoriale negli ambienti e anche negli ausili. Su misura.
C’è il problema dei costi
Sì è vero, un ausilio personalizzato costa di più, però riduce i tempi di permanenza nell’ospedale e quindi fa risparmiare alla sanità. Ad esempio, ora per assegnarti una carrozzina ti prendono le misure; 30 anni fa questo non succedeva.
Sì, davano delle carrozzine pesantissime che era difficile spingere in autonomia quindi la gente si chiudeva in casa e non riusciva a trovare lavoro o comunque a rispondere alle proprie necessità di vita sociale. Ma senti, dal punto di vista normativo, cosa ha aggiunto la legge delega del 2025?
È cambiato molto: questa legge ha introdotto il concetto di Vita indipendente e poi ha sviluppato il concetto di accomodamento ragionevole in aziende pubbliche e private. Inoltre ha introdotto una classificazione Internazionale delle funzionalità nel contesto della disabilità. Da ottobre circa venti città hanno condotto una sperimentazione dell’applicazione delle nuove procedure per il riconoscimento delle disabilità con l’obiettivo di capire le criticità e rendere operative le norme.
Una domanda personale: quanti anni hai, Rodolfo?
Ho 61 anni. Ognuno ha una storia sua: ora si parla molto dello sport come integrazione e ho conosciuto diversi sportivi, ma non tutti siamo portati per lo sport. Personalmente io non sono competitivo: l’idea di fare una cosa per un obiettivo non mi interessa. Non è che sto male perché non posso andare in montagna, sulla neve, o fare delle altre cose. Bisogna avere consapevolezza della propria condizione e si può correre anche con la testa: a me ad esempio piace molto scrivere. Ecco perché ho fondato la collana di cui parlavo prima.
Bene, siamo proprio curiosi di leggere…Grazie, Rodolfo!







