Prendiamo a prestito un articolo comparso sul quotidiano web “Il Bacco da Seta”, per ricordare e rispettare, anche con un pizzico di nostalgia, un nostro socio scomparso diversi anni fa, ma che l’evento paralimpico di Verona ha permesso, a chi non si è mai dimenticato di lui, di ricordarne la memoria e le gesta.
Il mio personalissimo ricordo è di un ragazzo ancora minorenne e senza patente, che andavo a prendere a casa per andare insieme a fare i nostri primi allenamenti di basket in carrozzina nella squadra del GALM Verona, (ero un giovane agli esordi anch’io). Diverse partite, diverse trasferte, anni di impegni multidisciplinari tra le file della nostra associazione, poi Renato è decollato in una specialità poco decantata nello sport, i lanci un settore dell’atletica leggera (peso, disco e giavellotto), infatti, sotto la guida di Dino Farinazzo, un allenatore di atletica, che ha formato anche altri/e ns soci/e-atleti/e, ha raggiunto livelli prima nazionali e poi mondiali che lo hanno portato ad avere il diritto di poter partecipare anche alle paralimpiadi e oggi, con merito, potrebbe essere stato uno dei tedofori locali per l’apertura dei giochi paralimpici in Verona.
Questo è il ricordo di un campione schivo di Lugagnano: cinque Paralimpiadi, record italiani, medaglie nel mondo. È mancato nel 2012 a 49 anni
Il marmo dell’Arena si prepara a diventare un megafono planetario. Venerdì 6 marzo, dalle ore 20 alle 22, Verona apre le Paralimpiadi e il cuore corre a un atleta che qui, in silenzio, ha costruito una carriera gigantesca, più grande della sua fama.
Si chiamava Renato Misturini, viveva a Lugagnano, e la sua storia somiglia a quelle che fanno cambiare lo sguardo: un bimbo di sei anni che sale sullo scuolabus a Custoza e torna paraplegico per un incidente. Da quella ferita, un percorso che lo porterà in cinque Paralimpiadi — Seul, Barcellona, Atlanta, Sydney, Atene — e su pedane di mezzo mondo, sempre con la discrezione di chi preferisce allenarsi piuttosto che raccontarsi.
Il suo è stato un talento costruito con caparbietà. Nella palestra del Don Calabria in via Roveggia, dove si allenava per la Polisportiva San Michele, Renato ha trasformato le “lunghe leve” in una firma tecnica. Il primo invito allo sport arrivò durante la riabilitazione a Villa Rosa, a Pergine: provò il basket, poi l’incontro decisivo con Dino Farinazzo nel 1982. Da lì la scelta definitiva per i lanci. “Ho conosciuto poi nel 1982 Dino Farinazzo, che è stato il mio allenatore fino a due anni fa; mi spinse a fare lancio del disco per le lunghe leve che ho”, ci confidò in un’intervista al Baco di inizio anni Duemila. E ancora: “A quel punto non ti pesa fare anche 4 allenamenti alla settimana”.
I risultati parlano un linguaggio secco, da tabellone di gara, ma qui disegnano una vita. Oro nel disco e nel pentathlon ai Mondiali del1986 a Stoke Mandeville, titoli iridati confermati nel 1987; bronzo nel pentathlon a Seul 1988; argento e bronzo ai Mondiali di Berlino 1994; argento nel disco a Birmingham 1998; l’oro nel disco ai Mondiali di Christchurch 1999; fino alla primazia nazionale nel disco nel 2000, chiusa con 32.16 metri, e all’oro europeo di Nottwill 2001 nel disco con il bronzo nel giavellotto.
In mezzo, piazzamenti di spessore alle Paralimpiadi: quarto nel disco ad Atlanta 1996, quinto nel giavellotto, undicesimo nel pentathlon; quarto nel disco e quinto nel pentathlon a Barcellona 1992. Specialista di disco e giavellotto, Misturini era anche atleta completo: il suo pentathlon teneva insieme peso, 200 e 1500 metri. Una scuola di fatica e di metodo. “Basta darsi degli obiettivi, dopo circa 20 anni che conosci i carichi che puoi sopportare ce la si può fare anche da soli”, spiegava, con quella semplicità che nasconde una disciplina ferrea.
Schivo, allergico ai riflettori, conservava però la lucidità del quadro generale. “Siamo curiosi si guadagna ad essere campioni del mondo?” gli avevamo chiesto. “No, assolutamente no!”, rispose con un sorriso disarmante. “In Italia la mentalità è arretrata ed è ben diversa da quella di altri Paesi. Avete visto ancora delle nostre gare in televisione?”. Lì c’è già tutta la sua battaglia culturale: il bisogno di visibilità per lo sport paralimpico, la richiesta di strutture, la voglia di futuro. Parlava da uomo di squadra: “La squadra azzurra è composta da giovani? Purtroppo no. Questo è un grosso problema. Noi più anziani facciamo della propaganda verso i più giovani ma occorre tanto sacrificio e qui molti si arrendono”.
La sua vita era cucita all’Italia dei corridoi ospedalieri e delle pedane in giro per il pianeta. Lavorava part-time all’ospedale di Negrar — “Io risposi ad una proposta di lavoro a mezza giornata per allenarmi, un mese dopo l’ospedale mi chiamò”, raccontava — per il resto macinava chilometri e lanci, spesso senza telecamere, ma con la convinzione di una missione sportiva. In casa, in via Parini, con la mamma e la fidanzata Nadia, teneva ordinati album di fotografie che arrivavano da Nuova Zelanda, Sydney, Stati Uniti, Europa. Non amava mettersi al centro: “Forse i compaesani mi conoscono poco, anche per colpa mia, visto che ho un carattere riservato”. Eppure i numeri di Renato sono: record italiani nel giavellotto (24.80 metri) e nel disco (32.16), medaglie europee e mondiali in sequenza, un posto fisso in nazionale per oltre quindici anni.
Nelle parole di chi lo ha visto competere c’è il ritratto più netto. Carlo Gheller, all’epoca presidente provinciale della Fisd, lo descrisse così: correre e lanciare in carrozzina e tenere quei livelli“significa avere una determinazione incredibile e una volontà infinita”. Negli ultimi anni, Renato aveva aggiunto il lago al suo atlante sportivo, imparando a “leggere” il vento con l’associazione Eos – La vela per tutti: un’altra prova di libertà, un’altra curva di apprendimento affrontata con il solito stile asciutto.
Il 5 giugno 1963 la nascita a Bussolengo, l’8 agosto 2012 la sua morte, a soli 49 anni. In mezzo, una biografia che dice molte cose anche a Verona di oggi, che si prepara a spalancare le Paralimpiadi. Vogliamo ricordarlo così, mentre in Piazza Bra si allestisce l’evento e i tecnici provano luci e tempi della cerimonia: seduto sulla carrozzina da gara — strumento costoso, tecnologico, “attorno ai 7 o 8 milioni di Lire”, annotava — che si àncora alla pedana; spalle larghe, sguardo fisso, un respiro e poi il disco che parte, largo, e disegna un arco pulito. Dietro quel gesto, una teoria di scelte: il lavoro, gli allenamenti, l’ostinazione, le trasferte pagate dalla società, la capo-fila Polisportiva San Michele, il vuoto di sponsor, la poca tv. Davanti, l’idea che lo sport sia un discorso civile, non un titolo in bacheca.
Nel calendario cittadino che corre verso il 6 marzo, tra ordinanze, percorsi della fiamma e biglietti, c’è spazio per un atto semplice e doveroso: pronunciare bene quel nome — Renato Misturini — e collocarlo dove merita, nella memoria pubblica. La sua eredità tecnica sta nei record, la sua lezione morale nel modo in cui ha spostato in avanti il limite senza mai alzare la voce.
Se il nostro territorio vuole che la notte dell’Arena parli davvero al mondo, può cominciare da qui: riconoscere il valore di un campione che proprio qui è stato troppo poco celebrato. “Non ho mai vinto il premio come migliore atleta del Comune di Sona, speriamo che un giorno arrivi!”, disse una volta. Forse quel giorno è arrivato: una medaglia di comunità da appuntare alla giacca della memoria, mentre la fiamma entra in scena e Verona accende i Giochi.
fonte ilbacodaseta.org



ed altri soci che ci hanno lasciato Gino, Guido e Renzo


