Parlare di disabilità ai bambini non dovrebbe essere un tabù, soprattutto in un mondo dove il 16% della popolazione, circa un miliardo di persone, convive con una condizione di disabilità. Eppure, quando i figli tornano da scuola chiedendo “Ma cos’ha quel bambino?”, molti adulti si bloccano o cambiano discorso. Francesca Fedeli, presidente della fondazione FightTheStroke, ha ricordato al sito AlFemminile.com che le domande dei bambini nascono dall’osservazione e che, se gli adulti non rispondono, i piccoli tendono a darsi spiegazioni da soli. Pur non potendo divulgare dati sensibili, gli insegnanti possono essere coinvolti dai genitori per introdurre in classe moduli specifici, come giochi di ruolo o laboratori che aiutano a mettersi nei panni dell’altro, efficaci anche per comprendere difficoltà sensoriali o comunicative.
Centrale è il linguaggio: usare termini corretti, evitare pietismi, non sminuire né enfatizzare le capacità delle persone con disabilità, e ricordare che gli ausili- dalla sedia a rotelle alle attrezzature tecnologiche- fanno parte della persona e non vanno toccati senza consenso. Tra gli errori più comuni c’è l’aspettativa che sia sempre la persona con disabilità a dover spiegare tutto. È importante offrire ai bambini strumenti adeguati, anche attraverso film, cartoni animati e libri che rappresentano con naturalezza la diversità, da “Wonder” a “Nemo”. La scuola ha un ruolo chiave nell’inclusione di fatto, non solo formale, che richiede competenze aggiornate e adattamenti concreti nelle attività. Secondo l’Istat, nell’anno scolastico 2020-2021 gli alunni con disabilità erano più di 300.000, pari al 3,6% degli iscritti: un dato in crescita che testimonia una maggiore attenzione e necessità di sostegno. La raccomandazione degli esperti è chiara: parlare sempre, con rispetto e sincerità, perché il silenzio non aiuta nessuno e i bambini hanno diritto a comprendere il mondo in cui crescono.
fonte SuperAbile.it
