giovane uomo in carrozzina con la sua compagna appoggiata alla sua schiena
Le persone con disabilità vivono spesso un paradosso profondo: un corpo altamente visibile negli sguardi clinici, assistenziali o diagnostici e, allo stesso tempo, ancora poco riconosciuto nella sua dimensione erotica, affettiva e relazionale. Nasce a Padova e Vicenza un nuovo servizio di consulenza sessuologica dedicato alle stesse persone con disabilità, uno spazio di ascolto e confronto per parlare di corpo, identità, relazioni, piacere e autodeterminazione, oltre ogni stereotipo, silenzio e discriminazione

Tra i temi più frequentemente rimossi quando si parla di disabilità c’è ancora la sessualità.
Non perché manchino desiderio, bisogni affettivi, relazioni o interrogativi sul proprio corpo. Più spesso, la difficoltà riguarda lo sguardo collettivo: la fatica a riconoscere le persone con disabilità come soggetti pienamente adulti, capaci di autodeterminazione, desideranti e titolari del diritto all’intimità.
La sessualità viene generalmente riconosciuta come dimensione universale dell’esperienza umana finché non si confronta con corpi che si discostano dagli standard dominanti di normalità, efficienza, bellezza o autonomia. È in quel passaggio che emergono imbarazzo, silenzio, paternalismo e infantilizzazione.
Eppure la sessualità non coincide con la sola attività sessuale. Riguarda il modo in cui una persona vive il proprio corpo, costruisce la propria identità, entra in relazione con gli altri, sperimenta il desiderio, i confini, il consenso, la vicinanza e la vulnerabilità.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’Associazione Mondiale per la Salute Sessuale (World Association for Sexual Health) hanno da tempo riconosciuto la salute sessuale come parte integrante della salute, del benessere e dei diritti umani. La sessualità non rappresenta quindi un aspetto accessorio dell’esistenza, ma una dimensione che attraversa identità, relazioni, corporeità, piacere, autodeterminazione e qualità della vita. Nonostante questo riconoscimento, ancora oggi la corporeità delle persone con disabilità fatica a essere vista come capace di desiderare, di essere desiderata e di vivere esperienze intime, affettive e relazionali significative.

Tra cura, protezione e controllo: le barriere invisibili
Le difficoltà nel vivere la propria dimensione affettiva e sessuale non dipendono per altro dalla sola condizione di disabilità. A incidere possono essere la mancanza di privacy, l’isolamento sociale, la dipendenza logistica, le limitate opportunità relazionali e la scarsità di spazi di autonomia. A questi elementi si aggiungono stereotipi culturali e pregiudizi legati alla disabilità, che possono favorire l’interiorizzazione dell’idea che l’amore, il desiderio o la reciprocità siano esperienze destinate agli altri.
Molte limitazioni nascono da intenzioni autentiche di cura e tutela. Resta però una domanda cruciale: dove termina la protezione e dove inizia il controllo del corpo, delle scelte e della vita affettiva della persona?
Un nodo altrettanto centrale riguarda l’educazione all’emotività, all’affettività e alla sessualità. Molte persone con disabilità crescono ricevendo informazioni parziali, tardive o fortemente filtrate dalle paure degli adulti di riferimento, dei contesti educativi o delle istituzioni. Come se parlare di sessualità fosse qualcosa da evitare, rimandare o contenere. Ma educazione affettiva e sessuale non significa insegnare comportamenti. Significa offrire strumenti per comprendere il proprio corpo, riconoscere emozioni, desideri e limiti, acquisire il linguaggio del consenso, dei confini corporei, della reciprocità e dell’autodeterminazione. L’assenza di questi strumenti non cancella la sessualità. Può però lasciare senza parole, riferimenti e possibilità di comprensione rispetto a ciò che si prova, rendendo più difficile costruire relazioni consapevoli o riconoscere situazioni di disagio.
La carenza di un’adeguata educazione sessuoaffettiva, inoltre, non produce soltanto minori strumenti di comprensione di sé. Può aumentare anche la vulnerabilità rispetto a dinamiche di manipolazione, violazione dei confini, coercizione o abuso, soprattutto quando consenso, intimità e autodeterminazione non hanno trovato parole, modelli o possibilità di elaborazione.
E ancora, per molte persone con disabilità il rapporto con il corpo prende forma all’interno di percorsi di assistenza, riabilitazione, diagnosi e cura. Un corpo frequentemente osservato, toccato, assistito, valutato o sottoposto a pratiche diagnostiche e riabilitative. Talvolta dolorante. Non sempre riconosciuto anche come luogo di piacere, soggettività erotica, intimità e autodeterminazione. «Il mio corpo lo conoscono gli altri meglio di me»: è una frase che, nella pratica clinica, si sente più spesso di quanto si immagini.
Nell’incontro clinico emerge sovente quanto possa essere difficile sviluppare un rapporto spontaneo con il proprio corpo quando questo è stato per lungo tempo principalmente oggetto di cure, valutazioni o interventi. Il diritto a conoscere il proprio corpo come luogo di esperienza, piacere e desiderio non è però meno importante del diritto alla cura.
Dal punto di vista clinico e psicologico, tutto questo può incidere profondamente sulla costruzione dell’immagine corporea, sul senso di agency — cioè sulla percezione di poter abitare il proprio corpo come soggetto attivo delle proprie scelte — e sul rapporto con il desiderio, i limiti personali e i confini corporei. Quando il corpo viene prevalentemente incontrato attraverso la lente della cura, della diagnosi o dell’assistenza, può diventare più complesso sviluppare un senso di familiarità con la propria dimensione erotica, con il piacere e con il diritto a desiderare ed essere desiderati. Come si può infatti sviluppare un’identità erotica quando il proprio corpo è stato prevalentemente oggetto di cure, interventi o sguardi clinici? Come si può costruire uno spazio di intimità quando privacy, autonomia e confini corporei devono essere costantemente negoziati?

Un servizio di consulenza sessuologica per le persone con disabilità
Negli ultimi anni è aumentata l’attenzione verso il diritto alla salute sessuale delle persone con disabilità, ma gli spazi realmente accessibili di ascolto e consulenza restano ancora limitati. È in questo contesto che nasce il nuovo Servizio di consulenza sessuologica per la persona con disabilità del Centro Antidiscriminazione e Antiviolenza LGBT+ Mariasilvia Spolato di Padova e Vicenza.
Un servizio pensato per offrire un contesto competente, sicuro e non giudicante in cui poter parlare liberamente di sessualità, relazioni, identità, consenso, orientamento sessuale, espressione di genere, desiderio, paure, limiti e possibilità.
Le consulenze sono rivolte a persone con disabilità e prevedono colloqui individuali online con una psicoterapeuta con formazione specifica in sessuologia clinica e nelle tematiche legate alla disabilità.
L’iniziativa nasce da un progetto ideato dalla compianta Claudia Frizzarin, già fondatrice e presidente dell’Associazione MIL (Muoversi in Libertà), recentemente scomparsa, il cui impegno è stato determinante per la realizzazione del servizio stesso, sviluppato insieme al Centro Maria Spolato (promosso dal Comune di Padova in partenariato con il Comune di Vicenza, Arcigay Tralaltro Padova APS ed Equality Cooperativa Sociale) e sostenuto da una rete territoriale di realtà associative.
L’accesso al servizio è gratuito. Chi desidera approfondire questi temi in uno spazio dedicato può contattare il Centro Mariasilvia Spolato (info@centrospolato.it; tel. 351 4148590), che attraverso il proprio servizio di accoglienza fornisce le informazioni necessarie e accompagna le persone interessate nell’accesso ai colloqui.

Parlare di sessualità significa parlare di diritti. Ma anche della possibilità di conoscersi, nominare la propria esperienza e costruire un rapporto più consapevole con il proprio corpo e con le relazioni. Uno spazio di consulenza non serve soltanto a “risolvere problemi sessuali”. Può diventare un luogo in cui interrogarsi sul rapporto con la propria corporeità, parlare di consenso, autoerotismo, identità, emozioni, vulnerabilità e confini personali. Un luogo in cui trovare parole anche per le ambivalenze: il desiderio di vicinanza insieme alla paura dell’esposizione, il bisogno di autonomia accanto alla necessità di protezione, la ricerca di visibilità intrecciata alla fatica di dover continuamente spiegare la propria esperienza.
Le persone con disabilità vivono spesso un paradosso profondo: un corpo altamente visibile negli sguardi clinici, assistenziali o diagnostici e, allo stesso tempo, poco riconosciuto nella sua dimensione erotica, affettiva e relazionale. Creare luoghi dedicati alla vita affettiva e sessuale delle persone con disabilità non significa offrire un servizio accessorio. Significa riconoscere una dimensione essenziale dell’esperienza umana, troppo a lungo relegata ai margini.
Parlare di sessualità e disabilità, quindi, non significa affatto occuparsi di una questione marginale o “di nicchia”. Significa interrogarsi su chi viene riconosciuto come pienamente umano, degno di desiderio, di intimità, di autodeterminazione e di complessità soggettiva. Significa riconoscere il diritto di ogni persona — nella pluralità dei corpi, delle identità, degli orientamenti e delle modalità di vivere il desiderio — a essere vista nella propria interezza umana.