La frase «Da soli non ce la facciamo più ad assistere nostra figlia»
è stata pronunciata, o meglio, scritta in una delle lettere lasciate,
da Luca Abbasciano e Valentina Pambianco, i genitori della piccola Bianca,
una bambina di cinque anni con grave disabilità,
trovati senza vita il 31 agosto 2026 nella loro abitazione nel quartiere Pietralata a Roma.
Luca, Valentina e Bianca.
Una famiglia. Una tragedia immensa.
«Da soli non ce la facciamo più ad assistere nostra figlia.»
Rilette oggi, queste parole fanno ancora più male.
Avevano cercato ovunque una speranza per Bianca, affrontando viaggi della speranza, cure, sacrifici e spendendo somme enormi nel tentativo di trovare qualcosa che potesse aiutarla.
Poi la tragedia avvenuta a Roma pochi giorni fa.
Questa vicenda pone davanti a tutti noi una domanda che non possiamo evitare: quanto sono sole le famiglie che assistono ogni giorno una persona con una disabilità grave?
Ci sono la stanchezza, le notti senza dormire, la paura del futuro, la difficoltà di conciliare assistenza, lavoro e vita familiare. Ci sono servizi non sempre sufficienti, risposte che talvolta tardano ad arrivare e una burocrazia che può rendere ancora più difficile una vita già complicata.
E c’è un’altra questione, forse ancora più profonda: viviamo in una società innamorata della persona perfetta. Devi essere sano, autonomo, efficiente, produttivo, possibilmente bello e ricco.
La disabilità disturba.
La celebriamo nei convegni, nelle Giornate internazionali e nei discorsi ufficiali. Poi, quando una famiglia deve assistere una persona con grave disabilità 24 ore al giorno, 365 giorni all’anno, scopriamo quanto possano essere lontane le parole dalla vita reale.
Da medico che da molti anni lavora accanto alle persone con disabilità e alle loro famiglie, una cosa l’ho imparata: nessuna persona dovrebbe sentirsi un peso, un problema o un costo. Deve sentirsi una persona.
Vista, ascoltata, accompagnata, realmente presa in carico.
E deve essere messa nelle condizioni di vivere la migliore vita possibile e, secondo le proprie capacità, di studiare, lavorare, amare, partecipare e dare il proprio contributo alla società.
Dietro ogni persona con disabilità c’è spesso una famiglia che sostiene per anni un carico enorme.
Una società autenticamente civile si misura anche da questo: dalla capacità di essere presente quando una persona o una famiglia non riescono più a farcela da sole.
Servono assistenza domiciliare, sollievo per chi assiste, servizi accessibili, sostegno psicologico, strutture adeguate e risposte tempestive. Ma serve soprattutto un cambiamento culturale: smettere di considerare la disabilità soltanto come un costo e riconoscere prima di tutto la persona, la sua dignità e il suo valore.
«Nessuno deve rimanere indietro.»
È una frase bellissima, ripetuta da governi e forze politiche di ogni colore.
Ma acquista significato soltanto quando diventa realtà nella vita quotidiana.
Quando una famiglia arriva a dire: «Da soli non ce la facciamo più» quella richiesta deve trovare qualcuno capace di ascoltarla.
Uno Stato, dei servizi, una comunità capaci di rispondere:
«Non siete soli. Ci siamo anche noi.»
Riflessioni ed articolo sono del Dr. Luca Salvi che le ha condivise con noi.

Presidio di Riabilitazione extraospedaliera – Centro Polifunzionale Don Calabria
