il Dr. Guttmann
a cura di Laura Daveggia
L’articolo è pubblicato sul n. 247 de L’Informatore
Terminate le Olimpiadi, che per quest’anno hanno visto la data di inizio il 6 febbraio, iniziano, come ormai consuetudine, le Paralimpiadi. Sia pur con meno seguito e meno copertura mediatica, anche i Giochi Paralimpici sono ormai noti al grande pubblico, ma forse non tutti sono a conoscenza di come è nato e si è sviluppato il movimento paralimpico.
Decisamente più giovane rispetto alle Olimpiadi, nate nell’antica Grecia nel 776 a.C, il movimento paralimpico vede le sue origini verso la fine della Seconda guerra mondiale. Sir Ludwig Guttmann, neurochirurgo e direttore del centro di riabilitazione motoria di Stoke Mandeville, in Inghilterra, si trovava a dover affrontare il problema legato alla demotivazione dei molti soldati feriti che affluivano nel suo ospedale. Guttmann pensò di utilizzare le attività sportive come strumento riabilitativo, ed i risultati furono decisamente superiori rispetto a quelli ottenuti con le sole tecniche tradizionali. Inoltre, i benefici non si limitavano al solo ambito fisico e psicologico, ma ricadevano anche sulla vita quotidiana facilitando l’uso della carrozzina. Inserì allora le attività sportive in modo sistematico nel trattamento della paratetraplegia, con lo scopo di migliorare forza muscolare, equilibrio, aspetti cardiocircolatori, respiratori, psicologici e l’autonomia quotidiana.
L’iniziativa di Guttmann suscitò scalpore, curiosità ed interesse, tanto che medici e tecnici di vari Paesi si recarono a Stoke Mandeville per vedere questa nuova modalità riabilitativa. Nel 1948 furono organizzati i primi Giochi di Stoke Mandeville per atleti disabili, cui parteciparono per lo più ex membri delle forze armate britanniche, disabili a causa di ferite di guerra. Una delegazione olandese partecipò quattro anni dopo, fornendo quindi un primo carattere di internazionalità ai Giochi. La pratica dello sport disabili si diffuse, e la consacrazione ufficiale di giochi per disabili avvenne con le competizioni che si svolsero a Roma nel 1960, con una ventina di Paesi partecipanti ed otto discipline sportive: atletica leggera, biliardo, nuoto, basket, scherma, tennistavolo, tiro con l’arco e tiro del dardo. Gli atleti partecipanti erano principalmente paraplegici, e quelli italiani provenivano dal Centro Paraplegici di Ostia. Erano del tutto assenti atleti con disabilità psichica e sensoriale. Nelle foto d’epoca, si vedono sfilare e competere gli atleti con le “antiche” carrozzine classiche, che ora si vedono ancora solo, purtroppo, in alcuni Paesi in via di sviluppo.
La scelta di svolgere i giochi a Roma non fu un caso, ma fu dovuta all’opera di Antonio Maglio.
Medico e specializzato in neuropsichiatria, Maglio può essere considerato il padre della riabilitazione del mieloleso e dello sport disabili in Italia. Nato e cresciuto in Egitto, ove il padre aveva un incarico come diplomatico, era da sempre abituato a frequentare un ambiente cosmopolita. L’arruolamento nel servizio sanitario durante la seconda guerra mondiale lo portò in contatto con numerosi soldati feriti e mielolesi. Assunto poi dall’Inail, partecipò alla fondazione del Centro paraplegici di Ostia e dedicò la sua vita alla riabilitazione dei mielolesi, con particolare riguardo ad aspetti che allora erano considerati utopistici: gli aspetti psicologici, il reinserimento sociale, una prospettiva di futuro. Nel suo lavoro si ispirò alle tecniche di Guttmann, con cui era in contatto. Il lavoro innovativo di Maglio in pochi anni diede ampi risultati, in termini di miglioramenti fisici e psichici dei suoi pazienti. Egli propose a Guttmann di trasferire a Roma i Giochi di Stoke Mandeville, approfittando del fatto che fossero già programmate in città le Olimpiadi del 1960. Pur con tutti i problemi pratici e culturali del tempo, l’evento segnò l’inizio delle Paralimpiadi, che si snodarono poi nel tempo ogni quattro anni.
Le successive edizioni furono segnate da una evoluzione nell’organizzazione, negli sport e nella partecipazione degli atleti, sino ai giorni nostri.
Alcune edizioni, in particolare, hanno segnato una vera e propria svolta nella storia dei Giochi Paralimpici. Nel 1976, a Toronto, parteciparono per la prima volta anche atleti non vedenti ed amputati, e lo stesso anno segnò l’inizio dello svolgimento dell’edizione invernale. L’edizione di Seul, nel 1988, vide la partecipazione di oltre 3000 atleti, provenienti de 65 Paesi. I giochi di Atlanta del 1996 segnarono molte “prime volte”: la prima volta per le Paralimpiadi trasmesse in TV negli Stati Uniti, la prima volta dei diritti televisivi venduti in tutto il mondo e la prima volta per biglietti venduti e sponsorizzazioni quale principale fonte di entrate. Nel frattempo, da allora, sono enormemente cresciuti l’’impatto e la consapevolezza del livello di élite degli atleti disabili, con tutto quel che ne consegue in termini di sponsorizzazioni e battage pubblicitario.
Parallelamente, si sono evoluti tecnologia e materiali delle carrozzine e degli ausili per i vari sport, nuove protesi, strumenti e tecniche di allenamento per gli atleti. E’ aumentato altresì il numero delle discipline praticate ed ammesse ai Giochi Paralimpici.
E in Italia?
Sino ad alcuni anni fa, lo sport disabili era rappresentato dalla FISH/FISD, che poi hanno dato vita al Comitato Italiano Paralimpico attuale. Il CIP è stato individuato dal Legislatore quale ente responsabile dello svolgimento della pratica sportiva da parte della popolazione disabile e, quindi, deputato a riconoscere e coordinare le organizzazioni e le discipline sportive riconosciute dall’International Paralympic Committee e dal Comitato Olimpico Internazionale.
La legge istitutiva del CIP (Legge n° 189 del 15 luglio 2003) ed il decreto di attuazione (Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri dell’8 aprile 2004) hanno riconosciuto la valenza sociale di tale ente.
Godiamoci dunque le prossime gare, sicuri che Milano-Cortina segnerà nuovi traguardi e nuovi punti di partenza.












