immagine del Dottor Luca Salvi

Una riflessione sulla cura in una società che invecchia

Lavoro da moltissimi anni come medico fisiatra accanto a persone con disabilità, anziani, persone con malattie croniche invalidanti e alle loro famiglie. Da questa esperienza nasce una domanda che ci riguarda tutti: oggi viviamo molto più a lungo, ma chi si prenderà cura di noi? L’aumento dell’aspettativa di vita è una straordinaria conquista della medicina e della società, ma gli ultimi anni della vita sono spesso accompagnati da fragilità, perdita dell’autonomia e bisogni assistenziali crescenti. Nel frattempo è cambiata profondamente anche la famiglia: i nuclei familiari sono più piccoli, i figli spesso vivono lontano, uomini e donne lavorano e quella rete familiare che un tempo riusciva, pur con enormi sacrifici, ad assorbire gran parte dell’assistenza agli anziani oggi spesso non esiste più.

Nel mio lavoro vedo quotidianamente quanto una malattia importante possa modificare non solo la vita della persona, ma quella di un’intera famiglia. Vedo quanto possa essere difficile ottenere in tempi adeguati un ausilio appropriato, trovare una risposta riabilitativa, assistenziale o residenziale e, nei momenti di maggiore pressione, accedere ai servizi necessari.
Medici, infermieri, terapisti, operatori e responsabili dei servizi lavorano ogni giorno con competenza e dedizione, cercando di ottenere il massimo da risorse che faticano a tenere il passo con bisogni crescenti.

Ma dobbiamo riconoscere una criticità strutturale: il bisogno di assistenza cresce più rapidamente della capacità del sistema di rispondervi. E quando il sistema pubblico non riesce a rispondere, quasi sempre è la famiglia a doverlo fare. Qui nasce una delle mie maggiori preoccupazioni.

Chi possiede sufficienti risorse economiche può acquistare assistenza privata, fisioterapia, aiuto domiciliare, ausili tecnologicamente avanzati o una struttura residenziale. Chi queste possibilità non le possiede deve affidarsi a ciò che il sistema pubblico riesce a garantire.

Non possiamo accettare una società nella quale la qualità della vita della persona fragile dipenda sempre di più dalla disponibilità economica della sua famiglia, perché significherebbe allontanarsi dai principi costituzionali sui quali abbiamo costruito il nostro Servizio Sanitario Nazionale. “Non ci sono le risorse” è una frase che sentiamo spesso. Ed è vero: le risorse non sono infinite e governare significa anche fare i conti con i bilanci. Ma un bilancio non è soltanto un insieme di numeri: è anche una dichiarazione di priorità.

Quando una società considera strategica una grande infrastruttura, un investimento industriale o la propria difesa, trova le risorse per sostenerli. Allo stesso modo dovrebbe chiedersi quanto considera strategici la disabilità, l’assistenza domiciliare, le strutture residenziali e il sostegno ai caregiver. Non si tratta di contrapporre una spesa all’altra, ma di ricordare alla politica che scegliere le priorità è precisamente il suo compito. E la cura delle persone più fragili deve essere una di queste.

Un amministratore deve giustamente sapere quanto costa un posto letto, un ausilio o un’ora di assistenza domiciliare. Ma dobbiamo evitare un passaggio pericoloso: dal calcolare il costo dell’assistenza al considerare un costo la persona che ha bisogno di assistenza. Un anziano non vale meno perché non produce più. Una persona con una grave disabilità non vale meno perché necessita dell’aiuto degli altri. La dignità della persona viene prima dell’efficienza, della produttività e dell’utilità sociale. È per questo che considero inseparabile da questa riflessione anche il delicatissimo dibattito sul fine vita.

Qualunque posizione ciascuno abbia su eutanasia e suicidio medicalmente assistito, credo esista una domanda che dovrebbe precedere tutte le altre: abbiamo fatto davvero tutto perché quella persona non si sentisse un peso? Una società deve prima garantire alla persona fragile la possibilità di vivere dignitosamente, essere curata e ricevere l’assistenza necessaria senza percepire la propria esistenza come un problema economico per i figli o per la collettività. Perché c’è una differenza profonda tra affermare “non voglio più vivere” e pensare “non voglio più essere un peso per gli altri”.

Queste parole non vogliono essere una critica al nostro sistema sanitario né alle persone che hanno la responsabilità di amministrarlo. Sono piuttosto un invito. Abbiamo ancora un Servizio Sanitario Nazionale fondato su un principio straordinario: la salute e la dignità della persona non dovrebbero dipendere dal suo reddito. Difendere questo principio richiede delle scelte: sostenere maggiormente famiglie e caregiver, rafforzare l’assistenza domiciliare e territoriale, investire nella riabilitazione e nella protesica, garantire risposte residenziali dignitose e programmare oggi ciò di cui avremo bisogno domani. Le istituzioni sociali e sanitarie, il volontariato e tutte le realtà che ogni giorno incontrano la fragilità possono aiutare la politica a vedere ciò che, da lontano, rischia di non vedere, proporre soluzioni e, con rispetto e spirito costruttivo, avere il coraggio di chiedere di più.

Non contro le istituzioni, ma insieme alle istituzioni.
Non credo che il futuro debba necessariamente essere quello di una società nella quale ciascuno acquista sul mercato l’assistenza che può permettersi. Possiamo costruire un nuovo patto tra persona, famiglia, comunità, sanità e istituzioni. Ma prima dobbiamo decidere che cosa consideriamo veramente importante e dare voce a chi rischia di rimanere indietro. Perché dietro ogni voce di spesa, ogni procedura, ogni ausilio, ogni posto letto, alla fine c’è sempre una persona. E la persona viene sempre prima.

Dr. Luca Salvi, medico fisiatra

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